Lutto nell’ambientalismo Veneziano, è morto Claudio Piovesan: difensore della laguna
Aveva 74 anni e soffriva di una grave malattia ai polmoni: da giovane ha lavorato in Actv a contatto con l’amianto. Il cugino: «Se ne va una persona attiva e progressista»

La laguna, per Claudio Piovesan, non era uno sfondo. Era un luogo da difendere prima ancora che diventasse normale dirlo. È morto lunedì, a 74 anni, dopo il peggioramento di una malattia da amianto ai polmoni che negli ultimi anni lo aveva costretto a rallentare. Era conosciuto soprattutto per l’impegno ambientalista, in particolare nella tutela della laguna, delle barene e della gronda di Campalto. Lascia la moglie Daniela Toffanin.
A ricordarlo è il cugino Lionello Pellegrin, che ne restituisce il profilo di militante civile prima ancora che di attivista. «Era una persona estremamente attiva e progressista. Negli anni Settanta si era speso sui temi ambientali, quando ancora non era così diffuso pensare alla tutela del paesaggio della laguna di Venezia».
Un impegno cominciato quando l’ambientalismo non era ancora linguaggio comune: contro l’inquinamento delle barene, contro l’abbandono, contro l’idea che la laguna potesse essere trattata come area sacrificabile.
Tra le battaglie ricordate da Pellegrin c’è anche quella contro il tiro a piattello in spiaggia, pratica poi abolita anche per la quantità di piombo che finiva dispersa nell’ambiente. Piovesan si era poi impegnato, tra gli anni Ottanta e Novanta, contro gli scarichi industriali delle grandi imprese, con particolare attenzione all’area di Campalto. Erano anni in cui la questione ambientale si intrecciava con la vita quotidiana dei residenti: l’acqua, i canali, l’aria, il rapporto tra industria e laguna.
Il suo percorso è proseguito nell’associazione La Salsola, di cui era diventato presidente. Il gruppo, nato a Campalto alla fine degli anni Ottanta, è un’associazione di promozione sociale impegnata nella salvaguardia dell’ambiente lagunare e nella tutela dei residenti della gronda, da Campalto a Tessera, da Favaro Veneto a Ca’ Noghera, Dese, Marghera e Mestre. Nel tempo ha lavorato anche sulla fruizione della laguna, sulla gestione delle concessioni degli spazi acquei e sulla valorizzazione di un ambiente fragile.
Per Piovesan, quella era una continuità naturale. Non un incarico separato dalla storia personale, ma il proseguimento di un’attenzione nata decenni prima. Chi lo ha conosciuto lo descrive come una presenza tenace, capace di seguire pratiche, assemblee e relazioni con le istituzioni, ma anche dinamico e reazionario. Un ambientalismo concreto, fatto meno di slogan e più di carte, luoghi, sopralluoghi.
Negli ultimi anni la malattia lo aveva progressivamente indebolito. «Purtroppo era stato preso da una patologia ai polmoni», ricorda il cugino. Pellegrin richiama anche gli anni di lavoro in Actv, in un periodo in cui l’amianto era ancora presente in molti contesti produttivi e di trasporto. Un passaggio che resta nel ricordo familiare, senza forzare nessi che non spettano alla cronaca stabilire.
La morte di Claudio Piovesan lascia un vuoto nella rete di chi, nel Veneziano, ha guardato alla laguna non come a un’immagine da cartolina, ma come a un organismo vivo. Barene, canali, spiagge, scarichi, concessioni, piccoli approdi: erano i luoghi della sua militanza. Luoghi fragili che per una vita ha provato a rendere pubblici.
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