Inchiesta sul Mose: 30 milioni per le navi che tolgono la sabbia

Spunta un'altra gara, bloccata pochi giorni prima degli arresti del 2014. Nuova luce sugli affidamenti sospetti, i commissari vogliono fare chiarezza
I cassoni a Malamocco
I cassoni a Malamocco

VENEZIA Chi toglierà i «sedimenti» tra paratoie e cassoni? Un problema non da poco per una diga che sta sott’acqua, soggetta alle correnti, alle burrasche e all’accumulo di detriti. Un problema a cui non ha pensato chi ha progettato i cassoni in calcestruzzo. O forse ci ha pensato, ma poi non ha attrezzato allo scopo i cassoni. Così il Consorzio Venezia Nuova ha bandito nell’aprile del 2014 una gara per la fornitura di «due mezzi galleggianti per la riduzione dei sedimenti».

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Base d’asta, 15 milioni di euro l’uno, stazione appaltante la Comar (costruzione  Mose Arsenale) costituita in quote paritarie delle maggiori imprese del Mose: Condotte, Fincosit, Mantovani. Una gara già pronta a essere bandita nel maggio 2014, pubblicata sul sito della Comar. Poi di colpo sospesa, forse anche per l’arrivo della bufera giudiziaria. Un’altra vicenda dai contorni poco chiari, su cui i commissari che governano il Consorzio da dicembre (Luigi Magistro, Francesco Ossola, Giouseppe Fiengo) intendono far luce. Sono molti infatti gli appalti e gli affidamenti su cui ancora non è stata fatta chiarezza.

Il jack-up del Mose che no n è ancora stato utilizzato
Il jack-up del Mose che no n è ancora stato utilizzato

Come la gara per il jack-up, la piattaforma gialla ferma da mesi davanti all’Arsenale. Per averla, lo Stato ha sborsato 55 milioni di euro. Ma l’impresa Mantovani che l’ha costruita continua a sostenere di averne intascati solo 37, come da gara andata deserta. Altri cinque milioni sono stati spesi per il motore, 5 milioni e mezzo per l’aggio del concessionario (il 12 per cento).

Le paratoie del Mose
Le paratoie del Mose

E il resto? Un fiume di denaro che negli anni scorsi fluiva dalle casse dello Stato al Consorzio e poi veniva girato in buona parte alle imprese. Un aspetto su cui l’inchiesta della magistratura vuole far luce. Altre carte sono adesso all’esame dei finanzieri e della Procura, molte inviate dagli stessi commissari. Le spese di gestione del Consorzio sono state drasticamente ridotte. Dai 45 milioni di euro del 2014 si è scesi a circa 15 per il 2015. I commissari hanno approvato un nuovo organigramma che prevede l’annullamento della figura del direttore generale. Prima era Giovanni Mazzacurati, il «padre padrone» del Consorzio, artefice della politica del pool di imprese negli ultimi trent’anni. Cospicuo il suo compenso, a cui è stata aggiunta poi una liquidazione da record: 7 milioni di euro, di cui una parte (poco più di un milione) «congelata» dai commissari.

L'interno di un cassone del Mose
L'interno di un cassone del Mose

Dopo di lui è diventato direttore Hermes Redi, già collaudatore e titolare dell’azienda padovana Hmr, che guadagna oggi oltre 500 mila euro, quasi come i tre commissari. Il bilancio del Consorzio è stato chiuso con un passivo di 28,7 milioni di euro.

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Una cifra che adesso dovranno essere le imprese (i soci) a liquidare. Contenzioso che suscita qualche nervosismo. Aumentato dopo la rivelazione di numerosi incidenti occorsi nei cantieri del Mose. A Malamocco, dove un cassone del Mose è «scoppiato» sott’acqua durante la posa da parte della società Clodia per conto della romana Condotte.E poi la rottura della porta della conca di navigazione (sempre Condotte, nel lavoro realizzato da Mantovani). E infine il crollo della lunata del Lido (Mantovani), per cui l’impresa padovana ha anche chiesto il rimborso di 12 milioni di euro. Intanto al Consorzio si tratta per la riduzione dei costi del personale. Si tenta la strada dei contratti di solidarietà, proposta dai sindacati ma ancora non approvata dalla base e dall’Rsu, che si riuniranno in assemblea domani. Prima di ridurre i nostri stipendi», dicono i lavoratori, «siano tagliati sprechi e stipendi di vertice».

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