Faida tra famiglie tunisine a Venezia, nuovo fascicolo per l’aggressione con l’accetta
Un nuovo filone d’inchiesta, dopo quello per il tentato omicidio a San Barnaba. Ora la Procura vuole far luce sul brutale ferimento alle Zattere

La faida tra le famiglie tunisine dei Sakka e dei Mallat - i primi finiti sotto inchiesta, i secondi al momento nelle vesti di vittime - ha sviluppato un terzo filone di inchiesta.
Dopo quello per il tentato omicidio a colpi di coltello di due giovani esponenti della famiglia Mallat a San Barnaba e dopo l'inchiesta su tre raid ai danni di un giovane giordano residente in città, sul tavolo della pubblico ministero Anna Andreatta (che con il collega Giovanni Zorzi sta seguendo le due inchieste, una della Squadra Mobile di Venezia, l'altra dei carabinieri) è arrivato anche il fascicolo relativo all'agguato con ferimento a colpi di accetta, avvenuto una decina di giorni fa alle Zattere.
Le indagini hanno subito un'accelerazione dopo le cinque misure cautelari in carcere disposte dal gip Alberto Scaramuzza su richiesta della Procura, per il rischio di reiterazione del reato. C’è voluta una settimana per completare gli arresti. Per primi sono stati fermati i cugini Koussey e Mohammad Sakka. Entrambi sono stati rintracciati a Mestre, in via Cappuccina: Mohammad è stato bloccato in un appartamento, mentre Koussey aveva trovato ospitalità presso un cittadino bengalese. Arrestato a Como l’amico Nasri Fehm.
I tre devono rispondere, a vario titolo, di tentato omicidio per l'accoltellamento avvenuto un mese fa in calle lunga San Barnaba, un episodio che ha segnato l'escalation della violenza tra i due gruppi familiari originari della medesima regione della Tunisia. Poi è toccato a Aliadushsakka Sakka e, infine, a Aziz Hammemi, 23 anni: accusati, questi ultimi, di rapina e lesioni nei confronti del giordano.
Tuttavia, il nuovo fronte investigativo riguarda i drammatici fatti avvenuti sul sagrato della chiesa dei Gesuati, alle Zattere. In questo caso, il fascicolo è attualmente aperto per lesioni aggravate, ma la ferocia dell'assalto descritta dai testimoni è inquietante. Secondo le ricostruzioni, rappresentanti dei Sakka si sarebbe presentati allo scontro uno impugnando una katana, il fratello minore armato di machete, insieme a un altro cugino munito di un'accetta.
Un ventiduenne dei Mallat è stato raggiunto da fendenti profondi alla mano, alla gamba e al mento. Una violenza che segue quella di fine aprile a Santi Apostoli, dove un altro esponente della famiglia Sakka è stato denunciato del pestaggio di un Mallat, accerchiato e colpito con spray urticante e bottiglie rotte sulla testa.
Nonostante il quadro accusatorio sia pesante, i Sakka si difendono sostengono di aver agito per legittima difesa (Mohammad poi ha detto nell’interrogatorio di essersi allontanato prima dell’accoltellamento a San Barnaba), in reazione a imboscate dei rivali. In questa versione, le armi bianche - katane e machete - sarebbero state portate al seguito solo come estremo strumento di protezione di fronte a una minaccia costante.
Ma i Mallat, per la Procura, sono indicati come le vittime. Le indagini sono ancora lunghe per districare la matassa di accuse incrociate che ha insanguinato Venezia, ma è stata fermata.
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