Maxi agrivoltaico a Torre di Fine, è scontro. Federcaccia contraria, l’ex candidato Perin approva
Si infiamma il dibattito sul progetto esteso su 165 ettari di proprietà Pasti a Eraclea. Il presidente dei cacciatori Borin: «Capiamo il business ma è no». L’ex candidato sindaco: «I pannelli possono convivere con le coltivazioni»

Parco agrovoltaico a Torre di Fine, una sfida di ingegneria rurale più che di propaganda green. Irrompe nel dibattito Flavio Perin, già candidato sindaco del gruppo “Insieme si cresce” . E propone una visione diversa dopo gli attacchi del comitato no Agrivoltaico e le paure giustificate dei cittadini di Torre di Fine ed Eraclea davanti al progetto sui 165 ettari di proprietà Pasti.
Intanto, Federcaccia provinciale interviene con il presidente Costante Borin: «La posizione dell’associazione è contraria, ma mettiamoci nei panni dell’imprenditore che guadagna 1.800 euro per ettaro con l’agricoltura e adesso ha davanti la prospettiva di 70 mila euro a ettaro. Non possiamo che comprenderlo, pur con tutti i dubbi».
Perin, invece è la voce fuori dal coro a Eraclea, come a Torre di Mosto, dove il progetto interessa altri 220 ettari. «Il progetto a Torre di Fine è spesso raccontato in termini semplicistici», premette, «numero di ettari, potenza installata, quantità di energia prodotta. In realtà, la vera partita si gioca su un piano più tecnico, che riguarda il rapporto tra impianto e suolo agricolo, tra infrastruttura energetica e pratiche colturali. Un sistema agrivoltaico, se vuole essere tale, non può limitarsi a ospitare pannelli in un campo, ma dimostrare nei fatti che l’attività agricola resta centrale e misurabile nel tempo. Dal punto di vista ingegneristico, un impianto agrivoltaico richiede una progettazione che tenga insieme più livelli: configurazione dei filari e delle strutture portanti, altezze utili per il passaggio delle macchine agricole, percentuale e dinamica dell’ombreggiamento, gestione idrica».
«Non basta dire che sotto i pannelli si coltiva», prosegue, «servono indicatori precisi su rese, i tipi di coltura compatibili, i margini per eventuali rotazioni e la possibilità di intervenire in caso di anomalie climatiche. In questo senso, la differenza tra un impianto virtuoso e uno problematico non è ideologica, ma progettuale. Torre di Fine potrebbe diventare un caso interessante se si decidesse di lavorare sul progetto anziché limitarsi a un sì o no di principio».
«Un parco agrivoltaico impostato in chiave multifunzionale potrebbe integrare, oltre alla componente agricola», conclude, «spazi di attraversamento e fruizione, percorsi ciclabili ombreggiati, aree di sosta e ricarica per biciclette elettriche, piccoli spazi didattici per scuole e cittadini interessati a comprendere come si coniughino produzione di cibo ed energia. In uno scenario del genere l’impianto smette di essere solo occupazione di suolo e diventa un’infrastruttura territoriale con più livelli di servizio. Resta, però, irrisolto il nodo principale: in Veneto la perdita di suolo agricolo continua a ritmi importanti».
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia









