Dai pugni sul tavolo ai grandi abbracci: don Dino Pistolato era un sacerdote di strada e di parrocchia
Il ricordo di Gianfranco Bettin che con lui ha collaborato a lungo nella lotta al narcotraffico e per la sicurezza dei luoghi di lavoro

Don Dino Pistolato, monsignore di santa madre chiesa e prete di parrocchia e di strada, aduso alla curia e alle comunità terapeutiche, ai consigli di amministrazione di società e consorzi del sociale e alle sacrestie e ai patronati anche marginali, cioè sulla prima linea delle contraddizioni contemporanee, improvvisamente mancato a 69 anni, è stato, dalla metà degli anni Ottanta, per almeno quattro decenni, una figura centrale della chiesa e del territorio di Venezia e del Veneto.
Dotato di naturale empatia anche nei dissidi - sapeva battere i pugni, mandarti a quel paese e abbracciarti e benedirti con la stessa cordialità e la stessa furia, e anche nello stesso tempo - lascia un vuoto grande in chi lo ha frequentato e gli ha voluto bene o ne abbia anche solo osservato il lavoro, la presenza impossibile da ignorare sulla scena pubblica.
Quell’energia e quell’empatia lo avevano distinto fin dal suo esordio ecclesiale e sociale. Ordinato sacerdote nel 1981 dal patriarca Marco Cé è stato da subito uno dei principali interpreti di una chiesa veneziana che, con quel grande pastore appena succeduto ad Albino Luciani, si stava rinnovando e proiettando in una generosa e illuminata missione dentro la città. In dialogo con le istituzioni, ma protagonista di un impegno diretto. Le dipendenze, le solitudini, le povertà e le marginalità e poi le migrazioni sono stati i terreni di lavoro di don Dino.
Nato a Zelarino, alle porte di Mestre, tra città e campagna, formatosi e maturato nella chiesa post conciliare di Marco Cé, piena di idee e di slanci, sapeva riconoscere il valore delle spinte vitali anche se disordinate.
Al contempo, spingeva al loro consolidarsi in strutture più stabili. La sua Caritas è stata questo, come l’arcipelago di comunità, servizi e strutture caritative che ha fondato, come lo stesso Consorzio sociale “G. Zorzetto” di cui è stato per oltre vent’anni presidente. Fare il bene è necessario, farlo bene è doveroso: sembrava dire questo nel suo lavoro.
Era anche il tempo in cui Venezia reinventava il proprio welfare e, con la forza dell’amministrazione comunale, sceglieva di andare sulla strada, nei luoghi senza speranza e senza soccorso, sperimentando inediti modelli di intervento sociale e anche un’attenzione forte alle cose del mondo: con la Caritas e la chiesa di don Dino e Marco Cé ci impegnammo a fondo su conflitti internazionali, in primis le guerre nell’ex Jugoslavia, con il gemellaggio con Sarajevo assediata, con azioni e progetti concreti.
È stato facile e fecondo lavorare insieme. C’eravamo incontrati una prima volta, giovanissimi, negli anni Settanta, nel movimento studentesco, io più esposto, diciamo, lui nei dintorni. Ci ritrovammo anni dopo, quando venne a celebrare l’annuale messa per i caduti sul lavoro nella chiesa di Gesù Lavoratore nel mio quartiere a Marghera, dove c’è un altare circondato da centinaia di nomi di quelle vittime, amici e famigliari per molti di noi. Più volte ne abbiamo parlato, tante volte vi è tornato.
Abbiamo, poi, a lungo collaborato, in diversi ruoli, nel contrasto alle dipendenze e al narcotraffico. Una volta che vi ebbi dei problemi più seri, in una occasione pubblica molto tesa, per stemperare, mi disse scherzando che, se fosse capitato, avrebbe volentieri celebrato lui il mio funerale, ma che intanto avrebbe impetrato per me protezione celeste. Gli risposi che gli ero grato, anche a nome della mia scorta (in cui intanto confidavo soprattutto, precisai), e che comunque, nel caso fosse capitato invece a lui, mi impegnavo, più laicamente e prosaicamente, a scrivergli il “coccodrillo”.
Mi stringe il cuore, adesso, mi viene da piangere, mentre pure rido ancora di quelle battute reciproche, come ridemmo in quella lontana assemblea anticrimine così alleggerita, scrivendo qui della sua vita strappata via. In realtà, in queste righe non c’è niente di preconfezionato (tale sarebbe il “coccodrillo”).
L’energia che don Dino aveva scoraggiava la preparazione anticipata del suo necrologio. Comunicava vitalità, progetti, futuro. Tutto quello che resterà e continuerà, nell’impegno di chi ne riconosce la lezione, nel ricordo di quei pugni sbattuti sul tavolo, di quegli abbracci, di quelle risate - e di quella benedizione - che è stata, per tanti, la sua vita generosa. —
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