Agguato a Badhon, la denuncia di Sony: «Bengalesi, non siate omertosi»

Dopo l’aggressione all’attrice Azhmeri Haque Badhon a Marghera, una 36enne bengalese rompe il silenzio e chiede ai connazionali di denunciare chi avrebbe partecipato all’agguato. La Digos continua le indagini sui messaggi e sulle minacce diffuse online.

Marta Artico
Comunità bengalese in preghiera
Comunità bengalese in preghiera

«La nostra comunità deve indicare i nomi delle persone coinvolte in quello che è accaduto, soprattutto di chi continua a condividere i messaggi di violenza del partito estremista bengalese che ha teso l’agguato all’attrice Azhmeri Haque Badhon e che minaccia chiunque si metta contro di loro». Sony, 36enne contabile inserita nel tessuto sociale di Mestre e di Marghera, ha deciso di uscire allo scoperto, sollecitando i connazionali ad abbandonare il clima di omertà e di timore per le ritorsioni .

In queste ore un video di uno dei leader degli attivisti della Lega Popolare Bangladese (Awami League), il partito al potere fino al 2024 che ha accusato l’attrice arrivata alla Mostra del Cinema di essere una “combattente di luglio”, ossia una sostenitrice della rivolta antigovernativa che due anni fa ha portato alla caduta dell'esecutivo e alla messa al bando della stessa Lega, ha rivendicato l’agguato.

Il video girato a Roma, è stato però condiviso dai bengalesi di Venezia i quali hanno partecipato all’aggressione, e che hanno tutti un nome e cognome. «Denuncio perché non voglio che la questione del Bangladesh crei disagio agli italiani e che in futuro succeda qualcosa di grave a Venezia a causa di questi delinquenti», dice la donna.

Spiega: «Il leader dell’Awami League in Italia rivendica l’aggressione di Marghera contro Badhon, chiama gli aggressori “figli coraggiosi” e ordina a tutta l’Awami League di continuare a fare lo stesso, senza paura del carcere». Non solo: «Fa il nome di uno degli aggressori, lo ringrazia pubblicamente per aver picchiato Badhon, e aggiunge che ovunque troveranno chi ha partecipato alla rivoluzione di luglio 2024, sarà picchiato a morte». Un dettaglio «Dice anche che non era acqua quella che hanno lanciato contro l’attrice e ringrazia tutti i veneziani per il “bagno di urina”». Vero?

La denuncia

A Sony, non va giù. Per questo la donna, ha deciso di metterci la faccia. «Chi tace è complice, chi non vuole denunciare ha qualcosa da nascondere, degli interessi da salvaguardare. Teme gli venga so tratto qualche cosa». Poi la domanda diretta: «Cosa ha fatto la comunità? Li ha segnalati tutti? Chiedo alle autorità italiane “Chi sono coloro che rappresentano ufficialmente la comunità bengalese a Venezia?” E ai bengalesi “Perchè tacciono? Quale provvedimento hanno preso contro queste minacce aperte di morte e contro questa violenza organizzata sul territorio?».

«Ho bussato alla porta di ogni persona che rappresenta pubblicamente la comunità bengalese per prendere posizione contro questa violenza», dice, «mi hanno semplicemente ignorato. E i bengalesi che vogliono vivere tranquillamente la loro vita quotidiana, tacciono per paura». E ancora: «È un fatto gravissimo che esponenti del partito Awami League bandito in Bangladesh per i suoi crimini occupino posizioni di rilievo a Venezia, svolgano un ruolo importante all’interno della comunità e da quella posizione si permettano di minacciare di infrangere la legge italiana».

Continua senza mezzi termini: «Quando ho chiesto di organizzare una manifestazione, ho ricevuto due risposte. “Non denunciamo perché abbiamo paura”. E Altri: “Non denunciamo perché ci sono le elezioni, il governo italiano userà quanto accaduto contro gli stranieri».

Chiude: «Ma così, ci si fa solo del male. Se non si ferma ora questa minaccia aperta, a Venezia succederà qualcosa di molto grave. Mi assumo ogni responsabilità di quanto dico: se in futuro succede qualcosa a me o a chi sostiene la rivoluzione di luglio 2024, sono responsabili coloro che oggi tacciono e con il silenzio sono stati complici».

La donna ha taggato il sindaco, Simone Venturini, appellandosi al suo aiuto e lo stesso don Nandino Capovilla. «Se mi accade qualcosa in futuro» ripete «sappiate che è responsabilità di tutta la comunità del Bangladesh in Italia. Io non ho paura, cammino a testa alta, tutti mi conoscono, ma sappiatelo: dovrà rispondere tutta la comunità perché con il proprio silenzio si è resa complice per non aver avuto il coraggio di denunciare».

La Digos, nel frattempo, continua a indagare.

 

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