Attrice bengalese aggredita dai connazionali: la Digos cerca i responsabili dai video
La star bengalese ha presentato denuncia in Questura dopo l’aggressione a Mestre. Al momento non risulta un referto medico: gli investigatori lavorano sulle immagini per identificare i partecipanti.

La denuncia adesso c’è. Il referto medico, invece, no. Azmeri Haque Badhon ha formalizzato in Questura il racconto dell’aggressione subita a Mestre dopo la partecipazione alla Mostra del Cinema, ma agli atti non risulta al momento una certificazione sanitaria che documenti eventuali lesioni. È uno dei punti che gli investigatori dovranno tenere distinti mentre la Digos di Venezia lavora sull’identificazione delle persone coinvolte.
La parte più semplice, almeno in teoria, sono i volti. Le immagini diffuse dalla stessa attrice e circolate sui social mostrano chiaramente diversi partecipanti alla contestazione e alle fasi più concitate dell’episodio. Proprio quei video sono ora uno degli strumenti principali utilizzati per attribuire un nome ai singoli presenti e ricostruire il ruolo di ciascuno. Da quanto filtra, alcuni soggetti potrebbero essere già stati individuati, ma si attendono conferme ufficiali e definitive dagli investigatori.
Badhon aveva raccontato di essere stata raggiunta prima nell’albergo in cui alloggiava e poi affrontata in un parco da alcuni connazionali, che l’avrebbero insultata, colpita e privata per alcuni momenti del telefono con cui stava filmando. Al centro della contestazione ci sarebbe stato il suo impegno politico e civile in Bangladesh e il sostegno alle proteste del luglio-agosto 2024.
La donna ha quindi presentato denuncia-querela in Questura. La mancanza, allo stato, di un referto medico non cancella il contenuto della denuncia, ma delimita ciò che può essere provato sul piano delle eventuali lesioni fisiche. Resta invece il materiale video, che documenta almeno parte della scena e offre agli investigatori una base concreta per lavorare su identità, condotte e responsabilità.
La Digos sta quindi passando dalle immagini ai nomi. Un lavoro meno vistoso rispetto ai video diventati virali, ma decisivo: distinguere chi ha insultato, chi ha aggredito, chi ha assistito e chi, eventualmente, ha avuto un ruolo diverso. Solo dopo questo passaggio il quadro potrà essere definito con precisione.
La storia, uscita dai social, è entrata negli uffici della polizia. E lì, più che le impressioni, conteranno le identificazioni.
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