L’Acqua granda accelerò lo spopolamento: le storie di chi ha lasciato Venezia dopo l’alluvione

Mestre, Marghera e il Villaggio Laguna offrivano alloggi salubri a buon mercato. Le testimonianze di chi ha lasciato il centro storico: Rosanna viveva a Murano, in sette in 35 metri quadrati: andarono a Campalto. Gianluigi ebbe un contributo regionale di 16 milioni per trasferirsi in terraferma

Mitia Chiarin
Uno scatto di Gianfranco Tagliapietra nei giorni dell'Acqua granda
Uno scatto di Gianfranco Tagliapietra nei giorni dell'Acqua granda

Tra il 1951 e il 1968 si registrò il primo grande esodo da Venezia verso Mestre, con una perdita di circa 84.000 residenti (circa 5.000 all'anno), che si trasferirono tra Mestre e Marghera. E l’alluvione del 1966 funzionò da grande acceleratore di uno spopolamento di Venezia verso i nuovi quartieri popolari di Mestre e Marghera, complice anche la maggiore disponibilità di alloggi a prezzi più accessibili, più salubri e moderni.

Sono tante le storie di questo esodo post alluvione del 1966.

Aveva cinque anni Rosanna Dalmoro in quei giorni di novembre. Abitava a Murano con i genitori e i nonni. «In 35 metri quadri vivevamo in sette. Quel giorno il nonno intuì il disastro in arrivo osservando il movimento del gallo segnavento posizionato sul campanile. Vivevamo vicino al Ponte Longo. Lui intuì che stava arrivando qualcosa di brutto. I grandi alzarono così i mobili ma tutta l’acqua invase il pavimento di casa. Tantissima la paura degli adulti ma per noi bambini era un gioco. La vera paura l’ho avuta nei giorni successivi quando, andata via l’acqua, emersero nell’orto di nonno centinaia di pantegane. E lui si diede da fare per ucciderle tutte».

Nel 1971 Rosanna si sposta con i genitori al Cep, oggi il Villaggio Laguna di Campalto. La casa comunale a loro assegnata era in terraferma. «I miei ottennero la casa dal Comune e ci spostammo in terraferma. Mio padre continuò a fare poi il pendolare per lavorare nelle vetrerie di Murano. Eravamo tanti al Cep arrivati da Venezia. Per fortuna i legami con l’isola li ho mantenuti in questi anni ma Murano non è più quella che ricordavo da bambina. All’epoca era piena di negozi di vicinato, oggi è piena di turisti ma alla sera si svuota». Oggi vive alla Gazzera.

In senso orario Rosanna Dalmoro Gianluigi Cogo, Lionello Pellizzer e Aldo Mingati
In senso orario Rosanna Dalmoro Gianluigi Cogo, Lionello Pellizzer e Aldo Mingati

Gianluigi Cogo, ex funzionario della Regione, è nato a Sant’Elena: ha vissuto da bimbo sia l’alluvione del 1966 sia la tragedia del tornado del 1970. «Avevo otto anni nel 1966. Ero tutto il giorno in parrocchia, facevo il boy scout. Andammo ad aiutare i preti perché la chiesa era invasa dall’acqua e si scoperchiarono anche le tombe. Ricordo le ossa che galleggiavano», ricorda.

A 24 anni lascia Sant’Elena per Mestre. Motivo? Un bando regionale garantiva 16 milioni di lire, a fondo perduto, per l’acquisto della casa a Mestre per le giovani coppie che si sposavano. «Non c’era il Mose all’epoca e manco Noè ci poteva salvare dalla fragilità di Venezia, diventata così evidente. Con quei soldi comprai mezza casa. A Venezia le case già costavano tantissimo», ricorda. «Il costo del denaro era altissimo e per le giovani coppie che scappavano dalla città insulare, quei bandi, dovuti a leggi regionali e statali, era tutto grasso che colava. Un esodo evidente: la città insulare fragile e carissima, e la terraferma attrattiva e molto più economica».

Aldo Mingati ha lasciato Venezia per viale San Marco cinque anni dopo l’alluvione. «Nel 1966 avevo 24 anni. Abitavo tra San Samuele e Santo Stefano. Quel giorno uscii in barca, a remi, con un amico. Siamo arrivati fino al Bauer remando, poi la corrente ci ha spinto indietro. Ricordo i quadri appesi alle pareti che galleggiavano sull’acqua, ancora attaccati ai chiodi. I telefoni non funzionavano più. Saltò la corrente elettrica. Le caldaie finirono fuori uso e tutto il kerosene finì in acqua inquinando i canali. Un disastro ambientale e sociale. Fino ad allora nessuno aveva contezza della fragilità di Venezia. Non si parlava di cambiamento climatico. Si pensava fosse colpa dell’estrazione di gas in pianura padana. La prima legge speciale, del resto, arriva dopo: è del 1973».

Mingati si sposa e va a vivere in viale San Marco nel 1971. In viale San Marco attorno alla parrocchia di San Giuseppe, dove era stato trasferito un sacerdote veneziano, amico di Mingati, si creò un gruppo attivissimo di giovani veneziani attenti alle questioni ambientali, appassionati di musica (erano gli anni in cui le Orme iniziarono la scalata al successo). «Protestammo, per esempio, per il buco di terra inquinata del campo diventato poi quello del Real San Marco. Il nostro slogan era Pace, protesta e proposta. Inizialmente frequentavamo la sezione della Democrazia cristiana. Poi ci avvicinammo al Pci. Ma Venezia non l’abbiamo mai dimenticata».

Lucio Brunello, invece, è nato in viale San Marco vicino ai terreni del campo da calcio del Real San Marco che ora ospiteranno in futuro la torre del progetto Setten, contestata da molti residenti. E i suoi ricordi servono ad unire nella tragedia di quel novembre 1966 tutta la città. «Non solo Venezia ma anche la terraferma nel 1966 finì sott’acqua. Era tutto un lago di acqua e fango, dalla discarica di San Giuliano fino a viale San Marco che all’epoca era già densamente abitato. Avevo dieci anni e i ricordi sono perfettamente nitidi».

Non solo viale San Marco ma anche le case di Campalto, le più vicine alla barena della gronda lagunare, patirono l’alluvione come Venezia e le isole.

Lo evidenzia anche Lionello Pellizzer, ex consigliere provinciale, oggi ricercatore storico. «Abitavo in via Cimitero dagli anni Cinquanta. Prima quel territorio era una enorme palude, quella del Campalton. Con l’idrovora del 1947 venne bonificata. Durante l’alluvione l’acqua scavalcò l’argine dell’Osellino e invase le case. Arrivarono i camion dell’esercito per sgomberarle. Avevo sedici anni e frequentavo l’istituto Foscari. La mia famiglia trovò ospitalità da parenti per una lunga settimana durante la quale io studiai da casa. Non ci si poteva muovere. Fu un disastro per tutti».

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