Mestre, il lungo calvario di Mohamed Shahajahan

MESTRE. Aveva appena 48 anni la prima vittima per Covid della comunità bengalese nel Veneziano: Mohammad Shahajahan.
Il suo cuore, già debole, ha smesso di battere venerdì all’ospedale Civile di Venezia, dove era ricoverato dal 20 marzo, dopo i primi 15 giorni trascorsi all’Angelo. In Italia da oltre 20 anni, raggiunto dalla moglie e dalle tre figlie nel 2004, fino al 2016 aveva lavorato come aiuto cuoco in un ristorante di Cavallino. Nel 2017 aveva iniziato a lottare contro una brutta malattia polmonare, che lo aveva portato a un’invalidità al 100%. Quindi l’asma, il diabete e i problemi muscolari: il fisico di Shahajahan era già debilitato quando, il 3 marzo, si è presentato all'ospedale dell’Angelo per gli esami del sangue. «Per tutta la notte aveva avuto dei forti dolori a una spalla, che lo accompagnavano da anni. Abbiamo aspettato due ore e mezza al Pronto soccorso. Voleva andarsene, ma io ho insistito per attendere ancora», ricorda Akter Salma, 21 anni, la figlia “di mezzo”: la sorella maggiore ha 26 anni e vive per conto suo, mentre la piccola è minorenne. «I medici hanno detto che aveva dei valori pericolosi per il suo diabete, un problema polmonare evidenziato dalla Tac e 37.5 di febbre. Ci hanno detto: “Vedrete che, se lo teniamo qui, migliorerà”. Io e i miei familiari siamo andati a trovarlo anche il giorno successivo e quello dopo ancora. Nella sua stanza c'erano altre due persone. Dopo tre giorni è arrivato l’esito del tampone: positivo al Covid-19». Ed è iniziato il lungo calvario di Shahajahan.
«Papà è stato ricoverato in rianimazione il 10 marzo, per poi essere trasferito a Venezia il 20. Ci hanno detto che c'era bisogno del suo letto per una persona che stava peggio di lui». Le notizie successive sono confuse, prosegue la figlia: «Intorno al 10 aprile è arrivato l’esito del secondo tampone: negativo. Ma papà continuava ad avere la febbre alta, per questo gli è stato fatto un terzo tampone, con esito arrivato una decina di giorni dopo: ancora positivo. Il 20 aprile il primario ci ha telefonato, dicendoci che la situazione era molto critica. Gli era stato trovato un nuovo batterio nel sangue, perché era intubato da molti giorni. Papà era paralizzato e non poteva più guarire. Venerdì la notizia più brutta: papà se ne era andato. I medici ci hanno detto che hanno fatto del loro meglio per salvarlo». Akter parla del papà con commozione: «Era una persona troppo buona, troppo gentile. Aveva tantissima pazienza. Anche dopo l'insorgere della malattia non voleva mai pesare sugli altri. Faceva tutto da solo. Papà era speciale». —
LAURA BERLINGHIERI
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