«Pavone era un uomo integerrimo, era un punto di riferimento»

L’ex capo della Mobile Palmosi: «Fu il primo a parlare di mafia veneta». L’amico Casson: «Grande studioso e pignolo»

VENEZIA. «È stato un grande magistrato». Lo dicono in molti, e lo capisci dal tono della voce degli amici e dei colleghi che non è una frase di circostanza. Antonio Palmosi, poliziotto vecchio stampo a capo della Squadra mobile di Venezia dal 1988 al 1993, dopo essere stato il vice di Arnaldo La Barbera, lo ricorda così: «È stato un grande magistrato, uno che ci dava fiducia. E il processo che ha istruito nei confronti della mala del Brenta, quando ancora c’erano i giudici istruttori, è stato un vero capolavoro. È riuscito a costruire l’inchiesta, prima del pentimento di Felice Maniero, provando l’associazione di stampo mafioso, poi confermata dalle sentenze». «Ero certo», disse qualche anno fa Pavone ricordando quegli anni, «che ci fosse un filo a tenere insieme tutti quegli episodi criminali». Rapine, omicidi e spaccio di droga. Un legame che, a guardarlo oggi, appare evidente: ma che allora non era per nulla scontato. «E se è evidente lo è grazie a lui». In questi giorni di degenza, l’ex magistrato ed ex senatore Felice Cassson è stato sempre in contatto con la famiglia di Pavone. «Siamo entrati insieme in magistratura, nel maggio del 1980. Lui dopo un’esperienza da cancelliere, io fresco di laurea». Ne è nato un rapporto professionale e di amicizia che è durato negli anni.

«E’ uno dei pochi magistrati che ho continuato a frequentare», ricorda Casson, «uno dei pochi magistrati totalmente affidabili e integerrimi». Da un punto di vista professionale lo ricorda così: «Studiava moltissimo, era pignolo. Faceva il giro delle carceri per interrogare tutti, anche di notte. Credeva molto in quello che faceva. Aveva un grande rapporto con carabinieri e poliziotti perché viveva con loro». A ricordarlo è anche Antonio Fojadelli, l’ex procuratore di Treviso che dal ’92 al ’97 è stato responsabile della Direzione distrettuale antimafia. «Mi sembra di vivere in una realtà diversa nella quale siamo stati calati all’improvviso», dice Fojadelli facendo riferimento al fatto che sia stato il Coronavirus a portarsi via Pavone. «Abbiamo condiviso un pezzo della nostra vita professionale, è stato un amico», aggiunge, «lavorava tantissimo ed era difficile tenere i suoi ritmi. Lavorava con la coscienza di dover fare il proprio dovere, senza mai cercare visibilità».

Commosso il capo della procura di Padova, Antonino Cappelleri, che con Pavone ha condiviso anni di lavoro in Procura generale e non solo: «È grazie a lui che è nata la lotta alla mafia in Veneto, ben prima della creazione della Dda (Direzione distrettuale antimafia). Era un leone nell’impegno contro la criminalità: lavorava il giorno, la notte e, ancora, il giorno seguente. Prima di diventare meritatamente procuratore capo, era stato sul campo un grande investigatore. Quando eravamo pm, io a Padova e lui a Venezia, le nostre indagini sulla mafia del Brenta si sono incrociate prima del pentimento di Maniero: lo ammiravo, sempre tranquillo e instancabile». A sostituire Pavone nell’incarico di capo della procura di Belluno è arrivato Paolo Luca: «Al di là del fatto di essere colleghi, negli ultimi tempi tra noi si era costruito un rapporto di profondo affetto e di stima anche sul piano personale. Ha lasciato un segno qui a Belluno. Non a caso, quando mi sono insediato, gli chiesi di essere presente per dare un segnale di continuità. Quanto alle sue esperienze professionali, le ha vissute con impegno, dedizione, passione e uno slancio ideale mai cessati». A ricordarlo è il sociologo Gianfranco Bettin: «Un uomo integerrimo e, per me, da decenni, un punto di riferimento e un amico che ho avuto vicino in momenti difficili. La nostra città e il nostro Paese gli devono essere profondamente riconoscenti. E’ stato uno dei primi, e dei pochi, a capire la portata nuova delle organizzazioni criminali presenti nel Veneto fin dalla fine degli anni ’70 e inizi ’80, al centro delle quali si poneva Felice Maniero, infine riconosciute “di stampo mafioso” come lui sosteneva». L’ultima volta si erano visti poche settimane fa, a Dolo, all’inaugurazione del Centro documentazione e inchiesta sulla criminalità organizzata. «C’era sempre. Il suo lavoro resterà». Lo ricorda anche il mondo della politica. Il senatore Andrea Ferrazzi - «La nostra Repubblica perde un vero servitore dello Stato» - e il presidente del consiglio regionale veneto Roberto Ciambetti: «La magistratura ha avuto in lui un chiaro punto di riferimento». —

FRANCESCO fURLAN. Cristina Genesin. © RIPRODUZIONE RISERVATA.

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