Coronavirus, la moglie di Pavone: «Non ho avuto paura volevo stargli accanto»

il racconto
«Non ho mai avuto paura, quando mi hanno detto che avevo il coronavirus mi sono sentita sollevata perché ero più vicina a Franco, volevo solo stare dov’era lui, vivere o morire con lui».
Amelia Vargiu, la moglie dell’ex magistrato Francesco Saverio Pavone, è stata ricoverata nel reparto di Malattie infettive dell’Angelo, pochi giorni dopo che il marito era entrato in Terapia intensiva. Prima l’isolamento a casa, il periodo più doloroso, poi la febbre che ritornava ogni sera, l’affaticamento respiratorio dovuto all’ansia per le condizioni del marito, il ricovero e il tampone positivo. Pochi giorni prima aveva accompagnato l’ex magistrato al Pronto soccorso perché le sue condizioni non miglioravano.
Chiunque li conoscesse, sa che erano sempre assieme, mai un giorno distanti. Cene, impegni di lavoro, incontri pubblici. Dove c’era lui, c’era anche lei. Le parole del sacerdote «nella buona e nella cattiva sorte» le hanno prese alla lettera per tutta la vita. Tanto che quando Pavone divenne capo della Procura di Belluno, la moglie si trasferì con lui e arrivata la pensione, gli scrisse un ringraziamento: «Belluno è stato il periodo più bello che mi hai fatto passare: mi è sembrato di vivere una vacanza di quattro anni, senza pensieri di alcun genere, ma solo tenerezze affettuosità e divertimento: il giusto epilogo di una vita di lavoro, di sacrifici e di pensieri famigliari. Ti amo».
Anche durante l’attesa al Pronto soccorso, il magistrato con la mascherina addosso scherzava cercando di sollevare la moglie, oggi negativa dopo ben quattro tamponi. «Quando ero ricoverata tutti erano gentilissimi. Mi vedevano con gli occhi lucidi e nonostante avessero i guanti e fossero bardati, mi stringevano forte la mano per farmi sentire la loro vicinanza, mi infondevano fiducia, cercavano di tirarmi su il morale e se potevano, tra mille difficoltà, si fermavano con me. Mi dicevano di mangiare perché solo così sarei guarita dal coronavirus».
Giorni di tamponi, prelievi, raggi, medicine antivirali. «Mi facevano il letto, pulivano la stanza ogni due per tre, mi portavano la cena, mi nutrivano con amore e umanità e mi dicevano che le mie figlie potevano portarmi il cibo quando volevano». Un vetro e un citofono per parlare con i cari. «Persone splendide e speciali, dalla caposala Lorena agli operatori al primario Panese, che era venuto lui stesso a dirmi che Franco aveva avuto dei segni di miglioramento». Una volta a casa, a inizio della scorsa settimana, la telefonata: «Signora può buttare la mascherina». Gioia mista a dolore, unita alla speranza cheil marito ce la potesse fare. «Paura non ne ho mai avuta, io volevo solo condividere la sua sorte». Tra i ricordi, affiorano gli ultimi messaggi: «Gli dicevo che doveva mangiare, perché se non mangiava lui, non mangiavo neanche io. Lui mi rispondeva che ero il suo amore». —
M.A.
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