Traduttori a 3,5 euro Scoppia la protesta

Per due ore di mediazione la paga è di sette euro  Il sindacato Coisp: «Così non si garantisce la sicurezza»
Mion Interpress Venezia, 30.01.2012.- Arrivato a Venezia la nave cargo "Ellenic Trader" proveniente dalla Grecia con 59 caldestini.- Nella foto un clandestino colto da malore dopo il fermo di P.S.
Mion Interpress Venezia, 30.01.2012.- Arrivato a Venezia la nave cargo "Ellenic Trader" proveniente dalla Grecia con 59 caldestini.- Nella foto un clandestino colto da malore dopo il fermo di P.S.
Sette euro e ottanta centesimi per due ore di lavoro e capire se un clandestino che viene trovato sulle navi chiede asilo per motivi politici e umanitari. È quanto viene pagato un traduttore quando serve per fare da interprete per conto della polizia o del tribunale. Ora la gran parte dei traduttori laureati e con esperienza si tolgono dalle liste di Consulente tecnici d’ufficio (Ctu) dei Tribunali e a fare da interpreti vengono chiamati conoscenti dei conoscenti, l’importante che mastichino un po’ di lingua: dai dipendenti di agenzie di viaggio a stundenti di lingue orientali, a stranieri di madre lingua che vivono qui. E spesso sono chiamati a capire e a spiegare alle forze dell’ordine perché vogliono entrare nel nostro Paese e in Europa. Le tariffe dei traduttori Ctu, per questo delicato settore, sono state stabilite nel 1980 e da allora mai più aggiornate.


L’ultimo esempio alcuni giorni fa al Porto di Venezia, al terminal di Marghera dove arrivano i traghetti dalla Grecia. A bordo vengono trovati undici clandestini, sono siriani e curdi. Sono stanchi e molto provati dal viaggio. Erano nascosti sui camion imbarcati a Igoumenitza. La polizia di frontiera riesce a trovare degli interpreti. C’è chi addirittura decide di farlo gratuitamente. Sette euro e ottanta cent sono ineffetti un’offesa per due ore di lavoro delicato. Lavoro con il quale si decide della vita di persone disperate o magari si deve aiutare la polizia nel valutare se chi è stato fermato arriva in Italia per motivi non certo umanitari.


La situazione al porto di Venezia, sul fronte respingimenti, rischia di tornare ai primi anni Duemila in seguito alla quale l’Italia venne condannata per aver respinto, in maniera illegale, in Grecia profughi afghani. «Il problema della frontiera del porto è anche quello della mancanza di personale all’ufficio della polizia di frontiera - sottolinea Francesco Lipari, segretario Provinciale del sindacato di polizia Coisp e che da anni solleva la questione sicurezza -. Stiamo parlando di sicurezza che riguarda una frontiera molto delicata e di collegamenti con aree dove c’è la guerra e da dove provengono, di rientro, combattenti dello Stato Islamico. La situazione non è semplice anche perché il porto ha decine e decine di chilometri di banchine da controllare».


Nel 2014 l’Italia è stata condannata dalla Corte Europea per i Diritti umani: i respingimenti coatti verso la Grecia erano sono illegittimi. La Corte accolse il ricorso presentato dall'associazione “Dirittiumanipertutti”, che aveva fatto ricorso nel 2009 per 35 casi di respingimento in Grecia (32 afghani, un eritreo e due sudanesi) dai porti di Venezia e Ancona. Una sentenza destinata a fare giurisprudenza e a rivedere le politiche sul l'immigrazione e sui rimpatri coatti negli anni successivi. A far partire il ricorso furono tre afghani. Grazie a delle associazioni e a degli avvocati riuscirono a presentare il caso nel 2009. A coordinare l'iniziativa Alessandra Sciurba, all'epoca responsabile dell'osservatorio anti discriminazione razziale di Venezia. La Corte europea ha condannato l'Italia e la Grecia per quei respingimenti, per violazione dell'articolo 3 (tortura e trattamenti inumani e degradanti), per divieto di espulsioni collettive e per violazione dell'articolo 13 (diritto a un ricorso effettivo).


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