Minacce all’impresario, lagunare a processo
«Paròn» in casa mia? Massimo Vianello aveva invitato tre volte l’imprenditore edile Antonio Johnny Barattin a lasciare la sua proprietà quel 21 marzo di due anni fa, a Tambre. Vianello, militare veneziano del battaglione San Marco, è a processo per minacce: avrebbe gridato «te copo» all’altro con un pezzo di legno in mano.
Durante un esame dell’imputato ad altissimo volume ieri ha urlato anche di essere stato a sua volta minacciato dalla controparte con un coltello e di aver agito soltanto per difendersi: «Stavo per andare in missione in Libano, figurarsi se mi spavento di fronte a un’arma bianca. Cercavo piuttosto di portargliela via. È andato lui a chiamare i carabinieri, diversamente l’avrei fatto io, visto che sanno bene chi sono». Quella della lama fino a ieri non si era mai sentita, al massimo si era parlato di una o entrambe le mani in tasca, come per sfida.
I due si erano incontrati in occasione di un accertamento tecnico peritale a un fabbricato in costruzione di Vianello, quindi alla presenza di diverse altre persone, periti del tribunale compresi. Qualcuno ha fermato l’imputato nel suo scatto di rabbia e la situazione non è degenerata. Quest’ultimo stava facendo pulizia già da qualche minuto, perché «il cantiere era ridotto come una pattumiera». Hanno deposto il figlio di un perito e il dipendente di una ditta di carotaggi che doveva effettuare dei rilievi. L’uno ha raccontato di un atteggiamento sfrontato della parte offesa, ma non ha visto il coltello né sentito la minaccia di morte; l’altro si è messo in mezzo, premesso che Barattin non ha detto nemmeno una parola e non si è proprio mosso da dov’era.
Vianello è difeso dall’avvocato Montino e, quando ha preso la parola, è stato invitato più volte a conservare la calma dal giudice e a tenere la voce bassa, anche perché l’addetta alla stenotipia lo stava ascoltando in cuffia. C’è stato anche qualche tentativo di divagare, che è stato, in qualche modo, rintuzzato dal legale di parte civile Massimiliano Paniz. Non era facile. Non c’era tempo per discussione e sentenza, che sono state rinviate al 27 settembre.
Gigi Sosso
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