Piegati, non spezzati. «Siamo già al lavoro»

Un cittadino: «È un dramma, ma non ci facciamo prendere dallo sconforto» A Sambruson la fioreria “Il Parco” è stata spazzata via: sarà demolita
Di Filippo De Gaspari

PIANIGA. Piegati sì, ma a spezzarli è dura. Più forti di alberi e ville secolari, gli abitanti dei comuni devastati dal tornado accatastavano pietre già mercoledì sera, a poche ore dal disastro. Con la casa scoperchiata, l’auto da rottamare, alcuni con ferite al volto e alle mani, si sono messi all’opera: la sera stessa, salendo sul tetto per stendere teli di nylon, per paura di nuovi temporali, il giorno dopo scendendo in strada, sotto il sole, ad accatastare macerie. Non hanno atteso direttive, non si sono nemmeno troppo coordinati tra loro: ognuno davanti al proprio cancello aveva il suo da fare. E lo hanno fatto, qualcuno dice, alla “veneta”, separando con cura i materiali, accatastando pietre con pietre, legna con legna, lamiere con lamiere, per poi raccoglierli e smaltirli.

A Pianiga e Dolo, ma anche a Mira, i veneziani della terraferma sono riusciti a mettere ordine nella rovina. C’è prima l’orgoglio della disperazione a Cazzago e Sambruson: fotografi e cameraman cercano lacrime da immortalare per rappresentare meglio il dramma che in tv viene ancora raccontato solo come “un forte temporale”. Ma è difficile cogliere sconforto tra la gente: davanti agli obiettivi ci sono solo sudore e qualche sorriso. «Bisogna», ci spiega un anziano in dialetto stretto, «per darsi morale». C’è chi addirittura riesce a recuperare la proverbiale ironia tipica di queste terre, mostrando le mani: «Guarda, ci sono più calli qui che a Venezia». In centro a Cazzago, Graziano raccoglie gli ultimi vetri dal plateatico del suo bar, “il Bacio”: «È dura», dice, «ma ci dà forza l’aiuto reciproco. Già la mattina dopo mi sono trovato a mettere a posto con i miei clienti, che si sono offerti di dare una mano. Ieri ho visto persone del paese portare una bottiglia d’acqua al vigile in strada. Anche i pompieri sono stati straordinari. Ci si fa forza con questo e si prova a ripartire. Domani riaprirò anch’io, proviamo».

Nella Riviera che subito si rialza ci sono anche tanti ragazzi: hanno fatto subito notizia, li hanno chiamati “angeli delle macerie”, ma non ci trovano nulla di strano a dare una mano. Filippo è di Cazzago, Marco di Arino, hanno appena finito la maturità. Filippo ha avuto parecchi danni a casa, la famiglia di Marco invece è stata risparmiata. Aspettavano luglio per sfogare la tensione dell’esame in vacanza, dopo il tour de force sui libri, ora si ritrovano a sudare di nuovo, stavolta in piazza a Cazzago, per raccogliere ciò che rimane dei pini marittimi di via Provinciale Sud. «Sì ma lo facciamo volentieri», raccontano, «è il nostro paese, dove ci ritroviamo con gli amici». Non cercano approvazione, non vogliono nemmeno foto, poi però convengono che il loro lavoro può essere da esempio per trovare nuove braccia da impiegare e ci ripensano. “La miglior gioventù” l’ha definita qualcuno e loro sono davvero in tanti: si avvisano per WhatsApp, parte il passaparola. «Vecio, ti aspettiamo, porta un badile e una carriola». E ci si ritrova come sempre, in centro, solo che invece dei motorini ci sono bidoni e carriole, invece dei cellulari, rastrelli e bottiglie d’acqua e per sopravvivere al caldo di questi giorni.

A Sambruson mostrano orgogliosi l’abbronzatura anche Laura e Cristian, che dopo un pomeriggio sotto il sole a picco si concedono finalmente un gelato. Lei è del paese, lui di Martellago, ma è venuto a dare una mano ai compagni di classe: aiutano a sgomberare ciò che rimane della fioreria “Il parco”, letteralmente spazzata via. «Sono amici di famiglia», racconta Laura, «credo che dovranno demolire tutto. Durante il tornado le ragazze si sono salvate chiudendosi in bagno, ma è andato tutto distrutto. Abbiamo trovato i fiori finti che erano dentro il negozio a centinaia di metri di distanza, oltre il bosco».

E poi ci sono loro, scappati dalla distruzione della guerra e ora a rimboccarsi le maniche nella distruzione del tornado. Sono nove profughi temporaneamente sistemati nella vicina Mirano, nelle strutture della casa di risposo Mariutto, dalla cooperativa il Villaggio Globale. Hanno tutti dai 18 ai 31 anni e arrivano dalla Guinea Bissau, dalla Guinea Conakry, dal Ghana, dall’Afghanistan e dalla Nigeria. «Appena hanno sentito dell’accaduto si sono offerti di dare una mano ad alcuni privati di Dolo che hanno subìto danni alla proprie abitazioni», racconta un volontario della cooperativa, «lo hanno sentito come un dovere». Senza guanti, si sono fatti accompagnare lungo il Brenta dove hanno cominciato ad accatastare rami e raccogliere pietre.

Si rialza con il lavoro questa parte di Veneto: quello di chi ci è nato e di chi invece è solo di passaggio. Per tutti: vietato piangere, sconsigliato restare a guardare.

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