Mantovani all’estero per voltare pagina

Dopo la bufera Mose strategie aziendali rimesse in discussione. Damiano: «Al lavoro per un tunnel sottomarino in Brasile»
Frigo Crocetta del Montello presentazione corsi per il Decreto sulla Sicurezza il questore Carmine Damiano Frigo Crocetta del Montello presentazione decreto sulla sicurezza
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Mantovani tenta di voltare pagina, punta sull’estero, a partire da una joint venture nei Paesi del Golfo, senza rinunciare ai project. «Mantovani è un’azienda completamente diversa» esordisce Carmine Damiano, presidente dell’impresa veneta di costruzioni. Sono passati quasi due anni da quel 23 febbraio 2013, quando l’allora amministratore del gruppo, Piergiorgio Baita, finiva in manette con altre tre persone. Due diverse inchieste esplose a giugno 2014 nella Tangentopoli fiorita attorno al Mose. Una delle più grandi opere di ingegneria costruite fra gli altri da Mantovani, che nel 2012 si è aggiudicata anche l’infrastruttura più importante dell’Expo 2015: la piastra del sito espositivo. «Ma sull’Expo – precisa Damiano – è evidente che siamo parte lesa, così come è palese che, nonostante l’eco negativa, le avverse condizioni atmosferiche, le continue variazioni progettuali, la ritardata consegna delle aree, abbiamo portato avanti i lavori e oggi la piastra espositiva è al 90% e sarà terminata sicuramente in tempo utile. Senza le potenzialità di un’impresa come Mantovani – chiarisce – l’Expo difficilmente si sarebbe fatta».

Oggi Mantovani è «un’altra azienda» perché ha completato un «processo di dissociazione» nel senso lato del termine da sistema Baita, e ha fra l’altro avviato un’azione di responsabilità verso l’ex ad. «A una doverosa e lunga inchiesta sono corrisposti quasi due anni di lavoro per mantenere in piedi i cantieri e salvaguardare l’occupazione» spiega il presidente. «Abbiamo una nuova pelle, un nuovo modo di porci». Dissociazione, cosa significa? «Baita era l’azienda, un uomo solo al comando, uno dei più capaci ma tutto era nella sua testa e portava risultati, direi, a ogni costo. Oggi Mantovani ha una nuova governance e vengono valorizzate le professionalità interne» dice Damiano. Correva l’anno 1993: fu allora che Baita entrò nel gruppo per l’intuizione dell’azionista Romeo Chiarotto di virare verso il dragaggio e l'ingegneria idraulica, da cui l’ingresso nel Consorzio Venezia Nuova. Il primo embrione della holding si chiamava Forniture Industriali Padova (Fip) dove Chiarotto, classe 1929, entrò e diventò socio di Damiano Colbachini, negli anni 50. L’impresa Ing. E. Mantovani è invece bolognese, data 1949 e fu acquisita solo nel 1987 quando la galassia creata nel frattempo era stata riportata sotto Serenissima Holding che oggi controlla 12 società per un fatturato di 633 milioni (dati 2013, 445 milioni solo Mantovani).  Oggi Giampaolo Chiarotto, figlio di Romeo, è amministratore delegato, il cda è stato rinnovato e ogni decisione «è diventata collegiale» precisa Damiano. «Mantovani – continua – è sempre stata disponibile con gli organi verificatori e istituzionali e ha posto attenzione alle procedure organizzative, con particolare riferimento a quelle sulle consulenze, dove erano nati i problemi».

Quanto al business? «Ci siamo strutturati per l’estero, settore cui mi raccontano che l’ex ad avesse particolare ritrosia. Abbiamo creato un pool affiatato di collaboratori, sia facendo crescere risorse interne, sia con l’inserimento dall’esterno di figure di grande esperienza. Oggi stiamo concretizzando la documentazione per un tunnel sottomarino in Brasile ma stiamo guardando al Nord e Centro Africa e abbiamo avviato le procedure per una joint venture nei Paesi del Golfo con un grosso gruppo del Qatar». E i project? «C’è stato un momento di stand by con la Regione ma ora si è ripreso. Il project rappresenta un rischio con fideiussioni importanti e sono in pochi a poterlo sostenere. Oggi è ancora più dura perché le banche sono meno disponibili, quindi bisogna individuare nuove forme: la finanza, per esempio, è più facile che sostenga il rischio costruzione per un periodo limitato e non per l’intero project, ma in seconda battuta possono ad esempio subentrare dei fondi». La prossima partita è l’ospedale di Padova. «Saremo sicuramente interessati – dice Damiano – e non saremo gli unici».

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