Scarpa in azzurro Parla chioggiotto la “spia” di Prandelli

CHIOGGIA. C’è un pizzico di orgoglio chioggiotto nei successi della Nazionale di Prandelli ai recenti campionati europei. Merito di Marco Scarpa, ex giocatore del Cittadella e ultimo allenatore del Chioggia Sottomarina prima della scomparsa dello storico club granata. Ma spesso chiusa una porta si apre un portone. Ed ecco prima la chiamata di Viscidi che lo ha portato nello staff di Arrigo Sacchi per seguire le nazionali giovanili e poi il grande passo alla corte di Cesare Prandelli.
«Tutto è nato», spiega Marco Scarpa, «quando Antonio Cabrini è stato scelto per allenare la Nazionale femminile. Viscidi, che era il mio referente per le giovanili, mi ha chiamato convocandomi a Coverciano dove ad attendermi c’erano anche il vice presidente federale Demetrio Albertini, Arrigo Sacchi e Cesare Prandelli che mi hanno proposto di lavorare nello staff della Nazionale maggiore con il compito di seguire, assieme a Rocca e Moneta, gli avversari degli azzurri: ho accettato subito, senza pensarci».
Che impressione ti ha fatto Prandelli?
«Già mi conosceva perché da avversario, quando giocavo nel Cittadella in B, mi aveva incontrato con il suo Venezia. Prandelli ti dà la sensazione di essere un uomo molto sereno che trasmette tranquillità ed è soprattutto molto umano. Durante gli Europei, per esempio, è venuta a mancare mia suocera Mariarosa e nel giro di 24 ore ha fatto in modo che potessi rientrare in Italia. Una serenità che ha trasmesso a tutto l’ambiente, tanto che la squadra, oltre a giocare un buon calcio, si è sempre comportata in modo molto corretto. Una mentalità straordinaria, un codice etico cui il nostro calcio dovrebbe attingere a piene mani».
Come ti è sembrato l’ambiente azzurro?
«Grande professionalità e serietà in ogni sua componente. Un gruppo formidabile che ha arricchito ulteriormente il mio bagaglio professionale, una grandissima esperienza di vita che certo inorgoglisce un chioggiotto come me».
Hai fatto anche tu i pellegrinaggi al santuario?
«No, perché quando la squadra rientrava a Casa Azzurri io stavo in giro da qualche altra parte della Polonia».
Un compito duro...
«Durante l’Europeo ho preso 17 voli e visto 7 partite. Diciamo che un piccolo tassello sul puzzle azzurro l’ho messo anch’io e la sconfitta in finale non può cancellare l’ottimo torneo disputato».
Quale la difficoltà maggiore?
«I nomi dei calciatori polacchi: un vero incubo...».
Tu sei stato a Danzica per verificare che Spagna e Croazia non mettessero in atto il famoso biscotto…
«Ero una sorta di agente segreto. Per le strade i tifosi spagnoli e croati bevevano birra assieme inneggiando al “dos a dos”, ma per fortuna sul campo le squadre si sono comportate con grande sportività. I minuti finali sembravano interminabili e quando ho comunicato alla panchina azzurra la vittoria italiana è stata la fine di un incubo».
Sei riuscito a fare anche il turista?
«Non molto perché c’era poco tempo. Cracovia e Varsavia sono molto belle e le miniere di sale di Wieliczka sono straordinarie».
Adesso sotto con il Brasile? «Inteso come Confederation Cup, perché per i Nondiali prima ci dobbiamo qualificare…”».
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