Pallamano, a Trieste l’ultima partita della Nazionale prima dell’Europeo
Martedì alle 18 gli azzurri sfidano la Romania in amichevole. Podini, leader Figh: «Chiarbola come San Siro»

Ventotto anni, un’attesa lunga una generazione, fatta di sogni infranti, rinascite e una semina silenziosa che finalmente ha dato i suoi frutti. La Nazionale italiana di pallamano si affaccia all’Europeo 2026 non solo come una debuttante di lusso, ma come una realtà che ha ritrovato la propria identità.
E per rifinire la preparazione prima di volare a Kristianstad, l’Italia non poteva che scegliere Trieste. Con il presidente Stefano Podini abbiamo parlato del ritorno nell'élite continentale, della sfida contro l’Islanda, ma anche dell'eredità morale del "Prof". Ecco quindi la visione del numero uno della pallamano italiana a pochi passi dal debutto.
Presidente, la Nazionale torna a Trieste nel nome di una figura iconica come il professor Giuseppe Lo Duca. Il premio di MVP sarà dedicato a lui. Oltre al tributo formale, qual è l’insegnamento più grande che Trieste e il “Prof” hanno lasciato al movimento della pallamano italiana?
Quando parliamo di Giuseppe Lo Duca parliamo di una figura che ha attraversato oltre mezzo secolo di storia della pallamano italiana, essendone protagonista indiscusso e, mi permetta, irripetibile. I diciassette scudetti conquistati a vario titolo, da allenatore, direttore tecnico, dirigente e autentico punto di riferimento della società giuliana, raccontano solo in parte il suo impatto. Da allenatore di Trieste e della nazionale senior maschile ha trasmesso a generazioni di atleti, compreso il sottoscritto, un principio semplice e allo stesso tempo fondamentale: ogni pallone va giocato fino in fondo, con la stessa intensità e lo stesso rispetto per il gioco, indipendentemente dal momento della partita. Da dirigente federale, prima come Consigliere e poi come Vicepresidente Vicario, ha contribuito a orientare – nel bene e nel male, come accade a chi prende decisioni – le politiche della Federazione, lasciando un’impronta fatta di visione, carattere e profonda conoscenza del nostro sport. Trieste e il “Prof” ci hanno insegnato che la pallamano si costruisce nel tempo, con rigore, identità e senso di appartenenza. Trieste è tornata in Serie A Gold.
Quanto è fondamentale per la FIGH che una piazza storica come questa torni a essere motore trainante del movimento nazionale?
E' fondamentale che la pallamano continui a diffondersi in modo capillare su tutto il territorio nazionale e che nuove piazze possano affermarsi. Allo stesso tempo, però, è altrettanto importante che le piazze storiche rimangano stabilmente nel massimo campionato. Trieste, sotto questo profilo, rappresenta l’emblema della pallamano italiana: è probabilmente la società più iconica del nostro movimento. Per un giovane atleta italiano, giocare al PalaChiarbola equivale, per fare un paragone calcistico, a scendere in campo a San Siro. La presenza di Trieste in Serie A Gold rafforza il campionato, ne accresce il valore tecnico e simbolico e contribuisce a mantenere vivo un patrimonio sportivo che appartiene a tutta la pallamano italiana.
La sfida contro la Romania è un test probante. Cosa si aspetta di vedere in campo, al di là del risultato, considerando che mancano pochissimi giorni al debutto europeo?
La Romania rappresenta un avversario di assoluto valore e, proprio per questo, un banco di prova estremamente utile. Al di là del risultato, mi aspetto una gara che consenta allo staff tecnico di verificare soluzioni tattiche diverse. Gli infortuni che purtroppo ci stanno accompagnando costringeranno il nostro coach a sperimentare nuovi assetti, nuovi meccanismi e rotazioni differenti. Sarà quindi una partita ricca di test ed esperimenti, fondamentali in questa fase di preparazione.
L’Italia torna agli Europei dopo 28 anni. Da Presidente, come descriverebbe il percorso di crescita che ha riportato gli Azzurri nell’élite della pallamano continentale?
Siamo all’inizio di un nuovo ciclo, avviato circa due anni fa, che parte dalle fondamenta del movimento, in particolare dalle categorie giovanili, già a partire dall’Under 16. Abbiamo scelto di porre grande attenzione sulla condizione fisica, intesa non solo come struttura, ma soprattutto come atletismo, intensità e capacità di sostenere ritmi elevati. La pallamano moderna non è più solo una questione di centimetri: l’esempio della Danimarca è emblematico. Oggi servono atleticità, tecnica individuale, disciplina tattica e grande cultura del lavoro. Questi principi li stiamo trasmettendo a tutte le Nazionali. Per facilitare questo percorso, stiamo inoltre sostenendo il trasferimento all’estero dei nostri migliori talenti, affinché possano disputare 55–60 partite l’anno e allenarsi quotidianamente con atleti di altissimo livello. Parallelamente, stiamo cercando di diffondere la stessa filosofia presso gli staff tecnici delle squadre di vertice del nostro campionato.
Il debutto contro l’Islanda a Kristianstad è alle porte. Con quale spirito e con quale obiettivo realistico la Nazionale vola al Nord?
Entrare in campo con l’obiettivo di vincere ogni partita. Poi, naturalmente, l’andamento del match suggerisce le scelte tattiche e la gestione delle risorse, anche in funzione del prosieguo del torneo. L’obiettivo realistico è quello di ottenere un piazzamento che sia utile non solo dal punto di vista del morale, ma anche in ottica futura, in particolare per le qualificazioni ai prossimi Campionati del Mondo. Vogliamo dimostrare di poter competere, crescere partita dopo partita e costruire una credibilità stabile nel panorama europeo.
Partecipare a un Europeo cambia la percezione di questo sport in Italia. Questo traguardo può diventare l’inizio di un nuovo standard per l’handball azzurro?
Da due anni stiamo lavorando con decisione in una direzione chiara e coerente. I risultati stanno arrivando e non sono episodici: la qualificazione della Nazionale Senior Maschile alle finali dei Mondiali e degli Europei, quelle delle Under 18 e Under 20 maschili agli Europei di categoria, la qualificazione delle nostre ragazze agli Europei Under 19 e quella della Nazionale Senior Maschile di beach handball alle finali mondiali ne sono la dimostrazione concreta. Questo non deve rappresentare un punto di arrivo, ma uno standard minimo da mantenere e una regola da cui partire per crescere ulteriormente.
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