Matteo Viola e l’Us Open sfumato «Un sogno, sarei andato gratis»

Il mestrino, 33 anni, numero 224 nel ranking mondiale, racconta l’anno del Covid «Stress, paura, tribune vuote, ma tornare a giocare è stata una vera liberazione»

Simone Bianchi / MESTRE

Nell’anno del post Covid, lentamente, il mondo del tennis sta cercando di riprendere un barlume di normalità tra restrizioni, stress da tampone e tornei a porte chiuse. Matteo Viola, 33enne di Marghera, è attualmente il numero 224 del mondo, il tennista veneto con il ranking migliore a livello internazionale. Reduce dai tornei di Todi, Trieste e Cordenons, e dalla promozione nell’A/1 a squadre con Pistoia, non ha potuto partecipare agli Us Open, e sta aspettando la sua chance per il Roland Garros in programma tra due settimane sulla terra rossa di Parigi.

«C’era una grandissima voglia di riprendere a giocare e tornare alla normalità», spiega, «per me stare a casa è stato anche un piacere, per stare accanto alla bambina e alla famiglia, poter trascorrere più tempo assieme. Ma avevo anche voglia di riprovare la sensazione della sfida».

Come si sta vivendo questa ripresa?

«L’attività è ripartita ma con molti punti di domanda. Sicurezza totale non ce n’è, il contagio può anche capitare in giro. Ora devo andare al Roland Garros, evito di fare feste e stare in mezzo a tanta gente. A New York non hanno fatto le qualificazioni per il Covid, ma ci hanno pagati come se fossimo andati a giocare il primo turno di qualificazioni. Sarei andato anche gratis per una prova dello Slam, ma almeno ci hanno dato una mano».

Come si vive la partita con le restrizioni?

«Il clima è asettico: mascherina per il sorteggio, tocco tra racchette a fine partita e non stringi la mano all’arbitro. Ci sono regole molto strette su certe cose, ma da quel che so neppure agli Us Open sarebbe garantita la “bolla”, figuriamoci per i challenger. C’è chi è molto attento e chi meno. Come nella vita di tutti i giorni. Viaggiare in questo momento è da paura per i problemi di logistica, quarantene che scattano, cose creano dubbi. La settimana prossima dovrei andare in Francia, ma portando il tampone negativo fatto al massimo tre giorni prima».

E lo stress non manca. «Stress si aggiunge a stress, non c’è la stessa spensieratezza di prima. E poi le tribune vuote sono tristissime. Alla fine, pur di giocare, si accetta anche questo».

Che effetto ha fatto la prima partita post lockdown?

«L’ho giocata in torneo a Todi. È stata una liberazione per certi versi, è stato come rivedere la luce dopo mesi. Onestamente pensavo che nel 2020 non si sarebbe più giocato. È saltato perfino Wimbledon, ma anche loro sono stati eccezionali. Era il solo torneo assicurato sulla pandemia. Hanno preso 100 milioni di euro e li hanno divisi tra giocatori, il loro staff e varie associazioni attive per aiutare sul coronavirus».

Come vede il futuro?

«La speranza è che non ci siano altre brutte sorprese. Fino a ottobre si gioca, poi vedremo cosa succederà. Il problema principale saranno i tornei indoor».

Ha pensato anche al ritiro durante il lockdown? «No, solo a godermi il momento con la famiglia. Chiaro che se dovesse fermarsi tutto di nuovo, cercherei di pensare alla situazione e al futuro. Con il mio ranking attuale posso disputare le qualificazioni in tutti i tornei più importanti e giocare i vari challenger, cosa che mi assicura le entrate economiche necessarie per proseguire. Poi dipende da tanti altri fattori. Non mi pongo limiti e ho ancora voglia di viaggiare. Sto bene anche fisicamente e i risultati non mancano. Intanto a dicembre diventerò pure maestro di tennis, così potrò avere una carta in più da spendere in futuro per la mia carriera, in caso di ritiro dal tennis giocato».––

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