La tragedia di Brema del 1966 cancellò il nuoto azzurro
Erano le 18.51 del 28 gennaio del 1966, l'Italia intera si addormenta con la morte nel cuore. Nell'aeroporto di Brema un Convair CV440 si schianta sulla pista. A bordo 46 persone, nessuna si salva. La tragedia tocca i cuori di tutti gli sportivi italiani. Su quel bimotore di linea ad ala bassa prodotto dall'azienda statunitense Convair tra il 1947 e il 1956, oltre all'allenatore Paolo Costoli e al giornalista televisivo Nico Sapio, c'era la meglio gioventù azzurra del nuoto: Bruno Bianchi di Trieste, Dino Rora di Torino, Sergio De Gregorio e Luciana Massenzi di Roma, Amedeo Chimisso di Venezia, Carmen Longo di Bologna e Daniela Samuele di Genova. Erano i più forti, i più belli, i migliori rappresentanti di una disciplina che stava pian piano entrando nell'anima e nella testa dei tifosi. Amedeo Chimisso, era un ragazzone di vent'anni nato alla Giudecca che si stava imponendo a livello nazionale a suon di risultati nel dorso e nei misti. Aveva solo una presenza in azzurro, Amedeo, quando gli arrivò la convocazione per il meeting internazionale di Brema, uno degli appuntamenti più importanti della stagione, dove le giovani speranze italiane potevano misurarsi con americani, australiani e giapponesi. Abitava alla Giudecca e nei canali che dividono l'isola aveva iniziato a nuotare. Frequentò la piscina della Rn DopoLavoro Ferroviario di Venezia, seguito da Giancarlo Veclani, che poi lo portò a Mestre alla Mestrina Nuoto nella nuova piscina scoperta, infine passò alla Rari Nantes Patavium, guidato a livello tecnico da Vittorio Costa. Il primo successo di rilievo era arrivato nel 1959 alla Coppa Scarioni, l'esplosione nel 1965, l'anno dopo dove essere quello della definitiva consacrazione. Una folla immensa e commossa seguì il feretro di Amedeo Chimisso, avvolto nella bandiera bianca con i cinque cerchi olimpici, lungo le fondamenta della Giudecca e seguì i funerali nella chiesa di Santa Eufemia.
Riproduzione riservata © La Nuova Venezia








