«Troppi interessi per queste Olimpiadi E serve un piano per salvare i piccoli club»

Il pluricampione Daniele Scarpa a ruota libera sui problemi legati a Tokyo 2020. Pronto a ricandidarsi per la presidenza federale della canoa  

L’ANALISI

Olimpiadi al centro della discussione sportiva in questi giorni. Tokyo 2020 a rischio, tra ipotesi di slittamento di qualche mese o di un anno, causa l’emergenza sanitaria. Se ne parla con un pluricampione che le Olimpiadi le ha vissute da protagonista, e le ha vinte. Daniele Scarpa, canoista campione anche mondiale, a ruota libera sui temi del momento e di quanto sta facendo con la sua Canoa Republic a Cavallino Treporti.

Come giudica la situazione verso Tokyo 2020?

«Siamo di fronte a una emergenza, non si discute, ma una decisione deve essere presa perché entrano in gioco varie logiche, come il problema della qualificazione. Finora c'è riuscito il 57 per cento degli atleti, e gli altri come faranno?».

Olimpiadi finora saltate solo per la guerra ma comunque tribolate in altri casi.

«Pensiamo al 1976 con i problemi legati al Sudafrica, a quelle boicottate nel 1980 a Mosca dai Paesi occidentali e viceversa nel 1984 a Los Angeles. Io in quest'ultima c'ero, ma mancarono tanti avversari».

Cosa pensa del sistema di qualificazione?

«Che le ultime vere Olimpiadi furono a Barcellona 1992. Con le formule successive si è arrivati alle quote continentali, mentre una volta chi meritava e aveva i tempi, andava a gareggiare. Non sono più belle Olimpiadi per partecipazione e aspetti tecnici. Hanno poi tolto gare come nella canoa o alla scherma a solo scopo di business. L’Olimpiade nasce per celebrare il campione, ma qualcuno dall’alto ha deciso così, e non comando io».

Avrebbe immaginato una situazione come l’attuale?

«No. Guardavamo alla Cina come fosse Marte e ora siamo tutti dentro».

Che soluzioni vorrebbe per le qualifiche olimpiche?

«O si ritorna al sistema adottato fino a Barcellona, o se le posticipano bisogna capire se salvaguardare chi è già qualificato o ripartire da zero. Pur calcolando che potrebbero aprirsi vertenze tra atleti e Cio, ricorsi al Tas e via dicendo. Decideranno i comitati olimpici».

Per la sua esperienza, come la pensano gli atleti?

«Chi si è qualificato sta vivendo un incubo, chi sperava di qualificarsi ne sta vivendo uno doppio. Chi andava per l’oro aveva già messo una ipoteca e sarà scombussolato. Devi resettare mentalmente e vivere alla giornata. Ti alleni, non come potresti, e a livello psicologico è terribile. Ora chi non rientra nelle grazie federali e non può usufruire degli impianti, non può allenarsi come potrebbe per colpa del virus».

L’Olimpiade è un sogno?

«Era il mio sogno da bambino. A 12 anni iniziai con la canoa, volevo essere il primo oro olimpico italiano della specialità, e ci andai vicino alle prime occasioni, poi ce la feci nel 1996 ad Atlanta. Andai talmente determinato che ad Antonio Rossi dissi: se arriviamo secondi non ti fermare, e si fece il record olimpico che deteniamo ancora oggi».

Ogni Olimpiade è storia a sé?

«Per me la prima e l’ultima sono state le più toccanti. L’atleta olimpico non può rimanere sereno, ma scherziamo. Arriva lì è come un Navy seals e deve essere pronto a tutto. Deve anestetizzare il cervello. Se vai per il risultato devi essere una macchina da guerra e gli altri, se vanno per divertirsi, si tolgono la soddisfazione e si appagano così. Certe emozioni sono razionali. Ancora oggi penso che ho perso un oro per otto centesimi e mi rode. Come il secondo oro ad Atlanta sfuggito per tre centesimi».

Il doping della Russia?

«Serve un vero organismo terzo a gestire i controlli, non la Wada attuale. Con Schwazer sono successe cose scandalose, con due pesi e due misure. Sembra che, chi ha più soldi, la fa franca. Non metto la mano sul fuoco su nessuno, comunque. Specie in questo periodo. Chissà cosa succederà con le difficoltà a muoversi e fare i controlli. Lo sport mondiale si deve fare un esame di coscienza».

Crisi in arrivo. Che rischi corrono le piccole società?

«Se lo devono chiedere tutti, perché il dilettantismo tiene in piedi il sistema sportivo. Ma Sport e Salute che fine ha fatto in questo momento? Si sta pensando a un piano nazionale per salvare gli sportivi e le società? C’è gente che mantiene le famiglie con lo sport. Lasciamo stare chi dovrà andare alle Olimpiadi, una nicchia. Le federazioni devono pensare a degli ammortizzatori. Lo chiede il calcio che è pieno di soldi, ma chi non ne ha, cosa farà? Lo sport italiano crea un indotto del 2% del Pil. Da campione, mi chiedo cosa succederà».

Si ricandiderà a presidente federale?

«Certo, a ottobre ci sarò di nuovo per le elezioni».

Cosa rappresenta la canoa per lei?

«Non uno stile di vita ma un mezzo con cui ho vissuto, vinto, navigo e lavoro. L’ho abbinata alla vela. Da qui il progetto con Canoa Republic di imbarcare una decina di ragazzi, metà con disabilità e altri normodotati, per vivere assieme il mare facendo il periplo dell’Italia per condividere, imparare con uno scambio reciproco. Superare le barriere, navigare nel mare e nella vita».

Canoa Republic è presieduta da sua moglie, Sandra Truccolo, campionessa paralimpica di tiro con l'arco.

«Io sono il tuttofare. Spaziamo dalle dragon boat alla canoa, dalla vela alle attività per i ragazzi con disabilità. Il prossimo anno festeggeremo vent'anni, ma non abbiamo ancora una nostra sede stabile. È assurdo, non riusciamo a trovarla a Cavallino Treporti, luogo ideale per queste attività tra mare e laguna».

Consigli ai più giovani? «State a casa adesso, bisogna rivalutare le esigenze del comunicare. Un sacrificio per tutti, ma usiamo la tecnologia per evitare il contagio. Prima delle medaglie viene la salute». —

Simone Bianchi

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