Dalla Dc a Fdi passando per la Lega: ecco cosa votano i veneti e perché

Il professor Giovanni Diamanti, direttore di Youtrend: «Gli elettori di Fratelli d’Italia, prima leghisti, prima ancora di Forza Italia o della Lega sono sostanzialmente lo stesso blocco, postdemocristiano, sicuramente di centrodestra, sicuramente non fascista»

Renzo Mazzaro
Il direttore di Youtrend analizza il cambio di preferenze nel voto dei veneti
Il direttore di Youtrend analizza il cambio di preferenze nel voto dei veneti

 Per quarant’anni in Veneto siamo stati la Vandea d’Italia, la Democrazia Cristiana rastrellava anche l’80% di voti nel Veneto. Eravamo tutti democristiani e “moriremo democristiani” era diventato uno slogan. Poi è arrivato Berlusconi, lo stato maggiore della Dc è confluito in Forza Italia e gli elettori l’hanno seguito in massa. Siamo diventati tutti berlusconiani. Dopo ancora è nata la stella di Luca Zaia e il Veneto si è trasformato in una prateria verde. Sembrava la stabilizzazione definitiva, l’Italia ci considerava tutti leghisti, invece di colpo è arrivata l’ondata nera: Fratelli d’Italia è passata dal 9,6% del 2018 al 32,6% del 2022 e addirittura al 37,6% del 2024.

Fdi viene da An, che veniva dal Msi, che veniva dalla Repubblica di Salò: siamo tornati tutti fascisti? Ha senso spiegare in questo modo il Veneto, trainati dalla vulgata nazionale oggi inchiodata sulla Meloni che non si dichiara antifascista e su La Russa che non festeggia(va) il 25 aprile e tiene in casa il busto del Duce? Evidentemente no: lo facciano a Roma, nel Veneto sappiamo di essere rimasti quelli che eravamo. Cioè cosa? L’anno scorso una potente risacca ha riportato Fratelli d’Italia al 18,7%, il partito ha perso più di metà dei voti dell’anno prima. Si ha un bel dire che le elezioni regionali non si possono confrontare con le europee, questo andamento a fisarmonica confonde ancor più le idee.

Qual è la vera base elettorale di Fdi nel Veneto? Lo chiediamo a uno che ci ha studiato sopra, il professor Giovanni Diamanti, direttore di Youtrend.

«Io ho una mia teoria. Questi elettori di Fratelli d’Italia, prima leghisti, prima ancora di Forza Italia o della Lega, dipendeva dalle elezioni, sono sostanzialmente lo stesso blocco, postdemocristiano, sicuramente di centrodestra, sicuramente non fascista. Per loro Fratelli d’Italia non è una scelta post-fascista con connotati ideologici, che rinviano a quella matrice. Fratelli d’Italia per loro è la scelta del partito timone del centrodestra. Come era tempo prima Forza Italia. Diversamente dal centrosinistra, il centrodestra ha sempre avuto un partito timone della coalizione».

Ma come si concilia quest’idea di partito timone se Fratelli d’Italia nel Veneto si è fermata al 18,7%?

«Perché con Stefani e Zaia il partito timone nel Veneto è la Lega, non Fratelli d’Italia. Gli esponenti politici più di rilievo del centrodestra sono leghisti, dal presidente della Regione ai sindaci delle città o dei grossi centri. La Lega nel Veneto esprime senz’altro la classe dirigente più forte e come tale viene percepita dagli elettori».

E la matrice che riporta indietro, il collegamento con il passato fascista è rimasto in Fdi o no?

«Questa matrice c’è sicuramente, ma non è quella che porta Fdi al 30% in Veneto, anche se è presente in una certa classe dirigente post fascista, diciamo meglio post missina, seguendo le modalità con cui si sono evoluti. Non è quella che fa crescere Fdi, semmai è un tappo quando da elezione nazionale si passa a elezione locale».

In che senso un tappo?

«Basta vedere com’è cresciuta Giorgia Meloni: quella matrice ce l’ha, non l’ha mai rinnegata ma non mostra feticci, non rinnega e non rivendica certe esperienze, è in grado di dimostrarsi più neutrale, quindi capace di interpretare anche un voto non ideologico. Magari non lo è veramente su alcune questioni, ma questo è il modo con cui è riuscita a non perdere la base di origine e allo stesso tempo non inimicarsi un elettorato importante, più moderato, post democristiano, conservatore, borghese, come quello veneto, che si considerava rappresentato dalla Dc in funzione anticomunista e viene spaventato da una retorica più radicale».

È su questo passaggio che si gioca il futuro prossimo del Veneto?

«Penso che nei prossimi anni ci sarà una bella sfida per l’egemonia nella classe dirigente veneta. La Lega ha una posizione di forza perché l’ha coltivata negli ultimi trent’anni. Fdi parte da molto, molto indietro, ma ha un futuro perché ha una base, un radicamento. Riuscirà a fare un salto, deve farlo per diventare classe dirigente. Ma deve dimenticarsi le origini. Senza tralasciare l’incognita Forza Italia: noi la davamo per morta con la dipartita di Silvio Belrusconi, invece è un partito che esiste».

 

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