Mancano giudici e personale ausiliario: attese sino a 9 anni per una sentenza

Tribunali in sofferenza, la fuga degli impiegati in altri enti è ormai consueta. I tempi delle sentenze continuano a rimanere fuori dalla durata ragionevole riconosciuta dalla legge Pinto che prevede indennizzi per gli sforamenti

Renzo Mazzaro

 

C’era una volta il tribunale di Bassano. Arrivò il governo Monti e lo chiuse nel 2012 perché bisognava risparmiare. Era il tempo della spending review. Dieci anni dopo è arrivato il governo Meloni e ha deciso di riaprirlo perché crede nella «giustizia di prossimità». Chissà se faremo lo stesso con gli ospedali che abbiamo chiuso perché la sanità di prossimità non serviva.

I costi

Per il tribunale di Bassano il ministero dovrà aggiungere qualche spicciolo ai 12 milioni che ha speso per la ristrutturazione del complesso prima di cambiare idea e deciderne la chiusura (esattamente 292.631 euro per il tribunale, 2.582.294 per il palazzo della procura poi e 8.730.449 per l’intera area, tanto che si parlò di «un monumento allo spreco»).

Dal 2012 questa cittadella della giustizia è rimasta inutilizzata, tranne un periodo in cui ha ospitato gli studenti di una scuola dove era caduto un soffitto. Bisognerà rimetterla in funzione.

Il personale

A suo tempo il trasferimento del personale a Vicenza provocò una rivolta, ma il ritorno a Bassano non sarà da meno: i magistrati non lo vogliono, l’Anm dice che «è un danno per l’efficienza della giustizia». Gli avvocati parlano di «idea antiquata e fuori dal tempo».

Escluso Andrea Ostellari, avvocato anche lui, sottosegretario alla Giustizia e soprattutto leghista: nel 2012 la Lega fece una battaglia contro la chiusura con Attilio Schneck (all’epoca presidente della Provincia di Vicenza), oggi con Ostellari canta vittoria. Per lui sarà vittoria doppia, a Bassano era viceprocuratore onorario.

Ma neanche il tempo di stappare lo spumante, che l’operazione «è slittata per ragioni di organico»: l’ha detto Rita Rigoni, presidente della Corte d’Appello. Con il passare dei mesi è cresciuta l’opposizione nel territorio insieme ai ripensamenti dentro alla Lega: 12 sindaci dell’Alto Vicentino hanno firmato una petizione per restare con Vicenza.

In ogni caso mancano giudici e cancellieri da mettere al lavoro a Bassano. Riprendersi i 17 magistrati e i 75 amministrativi trasferiti nel 2012 a Vicenza metterebbe in ginocchio il capoluogo, dove il tribunale è sotto organico di magistrati per il 35% e scoperto per il 50% di cancellieri, funzionari e segretari.

Le carenze

Nel resto del Veneto le “scoperture” medie di giudici sono del 22%, escluso Rovigo dove salgono di nuovo al 35%. Ma la vera emergenza è il personale ausiliario: non si trova più nessuno che voglia lavorare nei palazzi di Giustizia. I migliori cercano di andarsene all’Agenzia delle Entrate dove lo Stato paga di più (da 300 a 500 euro in più al mese). Nei tribunali di tutto il Veneto manca 1 amministrativo su 2, tranne Belluno dove ne mancano addirittura 8 su 10. Altro che giustizia di prossimità.

Sentenze in ritardo

La giustizia se non è rapida non è giustizia e i tempi di quella italiana sono da fanalino di coda in Europa. Le sentenze di primo grado in civile arrivano dopo un anno e mezzo o due, contro i 5 mesi di media in Francia. Per il terzo grado in Italia bisogna aspettare da 7 a 9 anni, in Francia la media è 3 anni e 4 mesi. In penale l’attesa media va da un anno e mezzo a due per il primo grado, in Olanda 104 giorni, in Danimarca addirittura 38 giorni.

Giudici, udienze, sentenze

Meno giudici, più tempo da aspettare. Nel 2023 in Italia operavano 12 giudici ogni 100.000 abitanti contro una media europea di 22 e 4 pubblici ministeri contro una media di 11. Al 30 giugno di quell’anno fra tribunali ordinari, corti d’Appello e Cassazione mancavano 1. 250 giudici in Italia, rispetto agli organici previsti dallo stesso ministero. Il quale sostiene che con l’informatizzazione le cose sono cambiate. Senz’altro, ma solo per snellire le code alle segreterie e alle cancellerie, non altrettanto per arrivare a sentenza.

Prendiamo una causa civile, ci spiegano gli avvocati: prima dell’informatizzazione si cominciava con l’atto di citazione e la comparsa di risposta, a distanza di cinque mesi arrivava la prima udienza e il giudice dava un termine ulteriore per depositare le memorie di precisazione e di prova. Con la riforma Cartabia (2023) questi passaggi sono stati accorpati e anticipati. Se è il caso di acquisire le prove, procede in quel senso; se è tutto documentale fissa l’udienza di conclusione. I tempi del processo si sono innegabilmente ristretti, ma l’ingolfamento si è trasferito sul tavolo del giudice.

I tempi delle sentenze continuano a rimanere fuori dalla durata ragionevole dei processi riconosciuta dalla legge Pinto (2001) che prevede indennizzi per gli sforamenti. Non a caso l’ammontare di questi indennizzi, finora mai rimborsati dallo Stato, ha raggiunto 400 milioni di euro. Calcolati con manica larga sul limite di tempo (3 anni primo grado, 2 appello, 1 cassazione) e manica stretta sull’entità dei rimborsi (da 400 a 800 euro per ogni anno di ritardo).

(4 – Continua)

 

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