Veltroni, con la rabbia non si cresce
Veltroni dimostra di essere uno che impara velocemente. E' la prima dote che mette in mostra, anche se in sala ad apprezzarlo non c'è il parterre dell'economia veneta che i giornalisti si aspettavano. Mancano i vertici di Confindustria, c'è la rappresentanza regionale degli artigiani, il resto sono esponenti delle categorie economiche cittadine. Paolo Giaretta, il candidato alla segreteria regionale del Pd, spiegherà più tardi che «si trattava solo di una conferenza stampa allargata, avevamo fatto inviti generici alle categorie». Insomma, è venuto chi ha voluto. E ci mancava che fosse obbligatorio.
Ma Veltroni non è Visco e, se il signor Ulivo ce lo consente, neanche Rutelli. Va ai nodi dolenti del Veneto e parla alle persone. Cita Andrea Tomat, il presidente degli industriali trevigiani, che non c'è ma gli ha fatto trovare su un giornale una lettera aperta sulla sicurezza («è una questione è fondamentale, sono d'accordo con lui»). Rassicura Walter Dalla Costa, il capo degli artigiani padovani, che aveva equivocato su una frase di Enrico Morando ed era partito in quarta con una requisitoria antistatale. Si rivolge all'imprenditrice vicentina Maria Menin, che aveva snocciolato un'orgogliosa serie di cifre sulle piccole aziende. Dimostra di aver letto quanto va producendo su imposte tributi e tasse quel Giuseppe Bortolussi di Mestre, le cui idee in materia non hanno bisogno di presentazioni. Insomma si candida, prima ancora che a segretario nazionale del Pd, a interlocutore credibile dei veneti.
E' un chiaro segnale di svolta: «Voglio sgombrare il campo dai pregiudizi ingiustificati, l'idea che possa esserci una chiusura al mondo delle imprese. La nostra battaglia non è contro la ricchezza ma contro la povertà. Di tutti i dati che possiamo citare, uno basta e avanza: noi siamo solo sopra la Grecia, tutti gli altri sono sopra di noi. Dobbiamo crescere. Ma possiamo farlo senza le imprese? Il Pd non metterà contro impresa e lavoro».
Veltroni parla di Beppe Grillo senza nominarlo: «L'indice di fiducia dei cittadini è a zero. C'è solo rabbia, ma la somma delle rabbie non fa un progetto di crescita del Paese. Lo Stato ha invaso tutto, la sua macchina è eccessiva, non sostiene i soggetti vitali. Dobbiamo ricostruire un clima di fiducia, cancellare i fattori di squilibrio».
Ed ecco il piano di Veltroni per titoli: 1) la ricerca è all'1,16% del Pil in Italia contro il 2,25% in Germania; 2) per infrastrutture l'Italia spende 228 euro per milione di abitanti, contro i 437 della Germania; 3) l'assistenzialismo al Sud (senza commenti); 4) l'abbattimento del debito pubblico; 5) le tasse, ribaltando quel «pagare tutti per pagare meno» in «pagare meno, pagare tutti»; 6) mai più retroattività nelle misure fiscali («ci sono state 14 violazioni al codice del contribuente nella scorsa legislatura, già 4 in questa»); 7) revisione dell'Irap, rendendola deducibile; 8) riforma della giustizia portando l'operatività dei tribunali a 12 mesi; 9) patto sociale con le aziende, che propongono uno scambio tra incentivi fiscali e taglio dell'Ires («io sono d'accordo») e forfetizzazione dei costi della burocrazia; 10) nuovo sistema di votare la Finanziaria. Qui Veltroni mima un film western: «Ogni anno è un assalto al treno, con i Sioux che ci salgono sopra, dopo averlo trivellato di frecce. Un metodo inaccettabile».
Segue la riforma istituzionale. Un lavoretto: 11) tagliare a metà i parlamentari («non ne servono mille, ne basta la metà»); 12) cambiare il sistema bicamerale («non servono due Camere, ne basta una, l'altra deve diventare il senato delle Regioni»); 13) federalismo fiscale («siamo tutti d'accordo»); 14) riforma elettorale («è la condizione per realizzare tutto questo»).
Volete il numero 15? «Sono tre lustri che in Italia si parla male gli uni degli altri. Il Paese è fermo, incattivito, la gente non ha neanche voglia di salutarsi. C'è bisogno di un grande cambiamento, come trent'anni fa con il centrosinistra. Ma l'innovazione non si farà con i fucili. La paura non fa un paese moderno».
Vero. Ci vogliono i numeri, una maggioranza. Dove la troviamo? «C'è anche voglia di utopia a questo mondo», a domanda risponde Mario Carraro. «L'importante è che adesso ci stimano» dice Paolo Giaretta. C'è anche il giornalista Marino Bartoletti, suo amico, noto conoscitore di musica leggera. Gli chiediamo: hai il titolo di una canzone adatta al momento? «Si può dare di più, Sanremo 1987».
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