Un fisco meno opprimente
La questione fiscale non è problema solo di un Veneto e di un Nord che alcuni bollano ‘egoista', ‘individualista' e ‘insofferente'. La protesta contro livelli di tassazione che ormai tutti riconoscono insostenibile è indicatore di un malessere più profondo del nostro Paese.La confusione attuale dei livelli di governo, dove non è mai chiaro «a chi spetti fare cosa», deresponsabilizza i centri decisionali, moltiplica i centri di spesa e quindi le necessità di prelievo, e sottrae ai cittadini-contribuenti la possibilità di capire e controllare come vengano spesi i propri soldi. La vera emergenza non è quindi quella dell'evasione fiscale, frutto scontato di un sistema che un leader degli industriali veneti come Mario Carraro non ha esitato a definire «barbaro», ma la necessità di rifondare il patto tra cittadini e istituzioni su nuove basi. Certo, le tasse servono e vanno pagate, ma si deve creare un contesto che induca a pagare le tasse. In America, per esempio, tutte le fatture e gli scontrini sono detraibili dal reddito dei cittadini e delle imprese. Così si crea un meccanismo automatico di controllo e di trasparenza. Perché in Italia le imprese e le famiglie non possono scaricare tutte le spese che sostengono? In questo modo sarebbero i contribuenti le prime sentinelle contro l'evasione fiscale. Sulle colonne di questo giornale il professor Giancarlo Corò ha spiegato l'utilità di un «fisco premiale», più leggero con le attività che creano innovazione e sviluppo sociale.
Concordo pienamente con tale ipotesi, ma credo che la prima esigenza dei contribuenti nei confronti del fisco sia la semplificazione. In Italia ci dobbiamo misurare ogni giorno con un fisco borbonico, terribilmente complicato e lento, un'autentica giungla di prelievi, oneri e addizionali che gravano in maniera oppressiva su tutte le attività produttive, e in particolare sulle microimprese che rappresentano il nerbo del tessuto produttivo del nostro Veneto. Da imprenditore conosco bene, in prima persona, le distorsioni del nostro sistema fiscale che impone effetti retroattivi, costringe a pagare l'Iva prima dell'effettivo saldo delle fatture e dilata negli anni i tempi dei rimborsi dei crediti d'imposta, costringendo le aziende a sobbarcarsi il costo di onerose polizze fidejussorie. Semplificare e sfoltire gli adempimenti dei contribuenti sarebbe già un primo passo per rendere il fisco meno opprimente e più equo soprattutto nei confronti dei lavoratori autonomi e della piccola e media impresa, ingiustamente penalizzate rispetto ai grandi gruppi industriali dall'attuale sistema.
Ma semplificazione e incentivi fiscali non bastano al Veneto che lavora e produce. Né tantomeno ci potremo accontentare della «tregua fiscale», proposta da Palazzo Chigi, che congeli la pressione su cittadini, famiglie e aziende. Il Veneto chiede una «rivoluzione del sistema fiscale», che superi l'attuale duplicazione che vede i contribuenti mantenere due apparati, quello statale e quello locale, e pagare due volte i servizi, attraverso un prelievo fiscale sempre più esoso e tributi locali più che raddoppiati negli ultimi anni. E' questa la vera stortura da sanare, che ha portato il nostro Paese negli ultimi anni ad avere un livello di pressione fiscale superiore alla media di tutti i Paesi dell'Unione Europea e una spesa pubblica fuori controllo, a fronte di servizi e beni pubblici decisamente inferiori alla media europea. Le cause di tutto ciò? Il mancato federalismo, allontanato prima dell'esito del referendum costituzionale sulla devolution e ora dalle incertezze di questo governo che non riesce a dare attuazione nemmeno all'impianto federalista del titolo quinto della Costituzione.
La vera svolta nel patto fra contribuente e amministrazione avverrà quando ci sarà parità di condizioni fra i due interlocutori: io cittadino o imprenditore pago, ma posso usufruire di servizi all'altezza di quanto sto versando e posso verificare in maniera diretta che tu, amministrazione pubblica, stai gestendo effettivamente al meglio le risorse che ti ho affidato. Ma questa svolta sarà possibile solo quando ci sarà il vero federalismo fiscale, quando cioè le decisioni politiche e amministrative saranno trasferite ai livelli più vicini ai cittadini, a Regioni e autonomie locali, con possibilità diretta di autofinanziarsi. Molti temono che la riforma federalista comporti un doppio livello di tassazione, locale e nazionale, con inevitabile e insostenibile aggravio per i contribuenti. Invece il vero federalismo non è duplicazione di apparati, bensì semplificazione e gestione diretta e competitiva delle risorse locali. L'Unione delle Camere di commercio del Veneto ha già dimostrato, con uno studio puntuale e accurato, che la mancata applicazione del federalismo costa al Veneto, cioè ai suoi cittadini e alle imprese, ben 11,5 miliardi di euro l'anno, una cifra enorme, che aumenterebbe del 70 per cento le disponibilità di bilancio della Regione.
Se i contribuenti del Veneto pagassero le loro imposte a un Ufficio regionale delle entrate che ne assicuri la gestione diretta e in loco, fatto salvo il contributo di solidarietà previsto da un corretto sistema federale (ed è questa una delle proposte della Lega in materia di fisco), potrebbero esercitare una forma di controllo trasparente e immediato sull'impiego delle loro risorse, e pretendere dai centri di spesa del proprio territorio, a partire dalla Regione fino alle autonomie locali, servizi efficienti e investimenti oculati e produttivi. Il patto fra contribuente e amministrazione si potrà ricucire solo quando cittadini e imprese saranno nelle condizioni di sentirsi corresponsabili dell'amministrazione delle proprie comunità e riceveranno beni e servizi all'altezza di quanto pagano.
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