Carabinieri morti nel Veronese, uno dei fratelli accusato della strage: «Sono dispiaciuto»

La tragedia di Castel d’Azzano il 14 ottobre 2025. Franco Ramponi ha espresso il dispiacere al suo legale. Quanto alle bombole, ha detto che servivano solo per cucinare. Venerdì 30 gennaio l’interrogatorio in carcere a Vicenza

Sabrina Tomè
Franco Ramponi
Franco Ramponi

«Sono dispiaciuto per la morte dei tre carabinieri, è stata una tragedia». Uno dei fratelli Ramponi, Franco, parlerà venerdì 30 gennaio per la prima volta con i magistrati fornendo la sua versione su quanto accaduto lo scorso 14 ottobre a Castel d’Azzano. Nel frattempo, al suo legale, ha espresso per la prima volta un pensiero di dispiacere diretto ai tre militari rimasti vittima dell’esplosione del casolare.

Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi sono indagati per strage: sono accusati di aver fatto saltare l’edificio in cui vivevano - e che non volevano lasciare nonostante la vendita all’asta - provocandone lo scoppio con l’uso di bombole a gas. Nell’esplosione morirono i carabinieri in servizio a Padova e a Mestre Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello, intervenuti sul posto insieme ai colleghi per una perquisizione finalizzata a individuare la presenza di bombe molotov. È stata una tragedia enorme, una delle più gravi ferite per l’Arma e per tutto il Paese.

La casa di campagna dopo l'esplosione
La casa di campagna dopo l'esplosione

Su quanto accaduto all’alba del 14 ottobre nel piccolo centro del Veronese, sono in corso le indagini della Procura scaligera, mentre i consulenti tecnici stanno ricostruendo tutti gli aspetti relativi all’esplosione. I tre fratelli Ramponi avevano finora scelto il silenzio, adesso invece Franco ha deciso di sottoporsi all’interrogatorio da parte del pm Silvia Facciotti, assistito dall’avvocato Luciano Arcudi. L’uomo verrà sentito venerdì pomeriggio nel carcere di Vicenza, dove è rinchiuso dallo scorso 22 dicembre; il fratello Dino si trova invece Trento e la sorella Maria Luisa a Montorio (dove erano stati inizialmente portati tutti e tre).

Franco, stando alla ricostruzione fatta dai primi testimoni, aveva assistito da fuori all’esplosione del casolare ed era poi fuggito attraverso i campi, inseguito dai carabinieri che lo avevano subito arrestato. L’uomo, secondo la versione riferita al suo legale, ha sostenuto che quella notte si trovava in campagna, a circa un chilometro distante da casa, impegnato come d’abitudine a governare il bestiame. E solo al rumore dell’esplosione, ha riferito ancora, si è avvicinato all’abitazione per vedere che cosa fosse successo. Nessun piano preordinato di una strage, è la sua versione, anche perché nessuno sapeva dell’arrivo delle forze dell’ordine. Quanto alle bombole - ha detto ancora - esse servivano solo per il gas per cucinare, visto chenel casolare non c’era il metano.

La cosa certa è che i Ramponi si sentivano vittime di ingiustizia, sia per la casa andata all’asta, sia per il fatto che essa era stata messa in vendita a un prezzo inferiore rispetto alle aspettative. «Franco sostiene di non aver mai firmato il contratto di mutuo e che fu il fratello Dino a farlo, intenzionato ad avviare una coltivazione di kiwi», spiega l’avvocato Arcudi, «Ed era esasperato perché nessuno credette alla sua versione. Inoltre, a suo avviso, il valore dell’edificio era stato sottostimato in sede di pignoramento: è convinto che valesse un milione di euro, anziché i 150 mila euro stabiliti. Una situazione, questa, che lo aveva fortemente esasperato».

Bisognerà ora vedere quale sarà la ricostruzione che farà davanti al magistrato titolare delle indagini, i dettagli che Franco Ramponi fornirà per aiutare concretamente a ricostruire l’accaduto. E a dare giustizia ai tre carabinieri morti «il cui nome», disse il ministro della Difesa Guido Crosetto ai funerali di Stato celebrati a Padova, «è inciso nella roccia della memoria». 

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