Soccorso alpino, aumentano gli interventi: «Manca la conoscenza della montagna»
Il vice delegazione Dimitri De Gol spiega le nuove tendenze: «Se fino a qualche tempo fa il clou dei turisti si concentrava nei weekend, adesso sono presenti sette giorni su sette»

«Quello che manca all’escursionista estivo è la consapevolezza e la conoscenza del luogo in cui si trova. Se a differenza di un tempo è adeguatamente attrezzato, questa attrezzatura non supporta però una conoscenza approfondita dei luoghi, del sentiero o della ferrata che si va a intraprendere. È per questo motivo che le chiamate di soccorso stanno aumentando anche in orario notturno».
A descrivere come è cambiato l’escursionismo in montagna tra le Dolomiti è Dimitri De Gol, vicario della delegazione del Soccorso alpino Dolomiti Bellunesi.
Quello che evidenzia De Gol è un’abitudine che sta prendendo piede in questi ultimi anni tra chi frequenta la montagna: siano essi stranieri o italiani.
«Quello che manca è la conoscenza dei luoghi, di cosa si sta affrontando e la consapevolezza anche dei propri limiti fisici per poter affrontare determinati percorsi».
I numeri del soccorso alpino
In provincia di Belluno ci sono circa 500 volontari che afferiscono al soccorso alpino Dolomiti bellunesi, divisi nelle 19 stazioni che coprono non solo il territorio della provincia dolomitica, ma anche parte della provincia di Treviso, la Pedemontana dal Grappa fino a Vittorio Veneto.
Queste stazioni garantiscono una reperibilità h 24 per 365 giorni l’anno tramite dei numeri di telefono.
«Siamo attivati dalla centrale operativa del 118 e una squadra per stazione, formata da 3-5 volontari, è reperibile ogni giorno. La reperibilità viene stabilita di giorno in giorno, ma anche per periodi più ampi di 3-4 mesi», evidenzia De Gol che aggiunge: «Se fino a qualche tempo fa il clou dei turisti si concentrava nei weekend, adesso sono presenti sette giorni su sette. E questo ha di fatto aumentato gli interventi dei soccorsi in montagna».
In crescita ultimamente anche gli interventi notturni. Per escursionisti che magari perdono il sentiero. «Interventi notturni che sono complessi, perché vengono fatti al buio, alla luce delle torce. Sappiamo che non possiamo fare affidamento sull’elicottero per arrivare in quota o per andare a prendere chi è in difficoltà. Siamo noi a doverli riportare a valle», precisa ancora il vicario del Soccorso alpino bellunese.
«La gente si muove in orari non consoni. Perché molto spesso si tratta di persone che vanno in alto per vedere l’alba o il tramonto. Ma questo implica trovarsi fuori sotto il sole e quindi ecco i malori per colpi di calore, ma anche al buio», evidenzia ancora il vice delegazione.
«Queste persone, non conoscendo i posti, vengono portati in confusione per poco: basta una nube che oscura il sole o una pioggia forte e uno si disorienta».
A tutto questo si aggiunge il fatto che «molto spesso gli escursionisti non conoscono tecnicamente quello che stanno andando a fare, così che non sono consapevoli se il percorso è adeguato alle loro capacità. Se ci sono dei dubbi sul percorso intrapreso, è meglio tornare indietro. Non bisogna concludere per forza un itinerario».
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