Questione fiscalevista dal Veneto
Secondo i dati forniti dall'Istat, la metà del gettito evaso è attribuibile al lavoro nero, un problema molto grave nel Mezzogiorno, dove gli occupati irregolari sarebbero il 22% del totale (con punte in Calabria, Sicilia e Campania), ma del tutto fisiologico al Nord. Sempre secondo l'Istat, il Veneto è, assieme a Emilia-Romagna e Lombardia, la regione più virtuosa. Per affrontare seriamente il problema dell'evasione, si dovrebbe perciò favorire il federalismo contrattuale, perché il lavoro nero costituisce, in buona misura, la reazione del mercato all'imposizione di uno standard salariale nazionale in presenza di forti dislivelli di produttività. Continuare a guardare al Nordest come epicentro della rivolta fiscale rischia di diventare non solo improduttivo ma, a questo punto, il segno di un pregiudizio culturale. Anche perché i numeri ci dicono che il Veneto contribuisce in modo consistente alla fiscalità nazionale: nel 2002 (ultimo anno di dati certi) ogni cittadino veneto pagava allo Stato circa 5.700 euro (la media italiana è di 5.000 euro), ma riceveva in pagamenti dallo Stato appena 2.721 euro, relegandoci all'ultimo posto fra le regioni italiane! Il saldo finanziario fra imposte erariali pagate dal Veneto e quanto il Veneto riceve dallo Stato ammonta a quasi 3.000 euro pro capite: solo l'Emilia Romagna ci supera come contribuente netto. Per essere dei cittadini «consustanzialmente antistatalisti» (la definizione è di Vincenzo Visco, rilasciata pochi giorni fa a Marghera) non sembra un cattivo risultato. La seconda questione è quella del debito.
L'Italia si trascina un elevato debito pubblico (il 106% del Pil, contro una media Ue del 65%), che costa oltre 70 miliardi di euro di interessi all'anno (il 10% della spesa pubblica corrente). In questo modo vengono bloccate risorse che sarebbero altrimenti impiegabili per investimenti o, appunto, per ridurre il prelievo fiscale. Il problema è oggi aggravato dalla prospettiva di innalzamento dei tassi di interesse reale. Ma come ridurre il debito? Una linea è certamente quella dei surplus correnti che si possono raggiungere tramite una maggiore disciplina fiscale: in altre parole, più tasse o meno spese (o tutte e due le cose insieme). Un'altra linea è quella della crescita economica, che aumenta la base imponibile e riduce il rapporto del debito. Tale linea sarebbe tuttavia ostacolata dalle politiche fiscali restrittive. In realtà, come dimostrano le esperienze di Irlanda, Regno Unito e anche della Germania, una riduzione della pressione fiscale può favorire una crescita del Pil che, alla fine, risolve anche i problemi di bilancio pubblico. Senza andare troppo lontano, il caso del Friuli-Venezia Giulia, riproposto dal governatore Illy su queste colonne, conferma che un'azione in tale direzione è possibile: la riduzione selettiva dell'Irap dell'1% per le imprese della regione ha consentito già nel 2006 di recuperare le mancate entrate, stimate attorno ai 40 milioni di euro, grazie all'aumento di base imponibile creato dalla crescita dell'economia. La terza questione è quella del federalismo. Come non vedere che il centralismo politico e istituzionale è sempre più causa, invece che soluzione, dei profondi squilibri economici fra aree del Paese? In nome di una malintesa idea di solidarietà, si è di fatto mantenuto un sistema di sussidi al Sud che ha alimentato irresponsabilità diffuse, favorendo nelle élite locali l'affermazione di logiche distributive rispetto a quelle produttive. Per rompere questo meccanismo perverso bisogna trovare il coraggio di introdurre in modo progressivo, ma molto più deciso, elementi di autonomia e federalismo in molti settori. La gestione regionale della sanità, nonostante i dubbi iniziali, ha dato buona prova in quasi tutto il Centro-Nord. Un sistema analogo potrebbe essere esteso alla scuola e all'università. Il progetto di Politecnico può diventare per il Veneto un interessante terreno di sperimentazione. Ma affinché il gioco funzioni e generi ovunque incentivi alla responsabilità, è necessario che la fiscalità venga progressivamente portata a livello regionale, smettendo di impiegare criteri di trasferimento basati sulla «spesa storica».
Non si tratta semplicemente di recuperare risorse a livello locale, ma, come ha ricordato Marino Finozzi, di rinsaldare al più presto, anche attraverso la ricerca di procedure fiscali più semplici e trasparenti, il patto fra contribuenti e amministrazione pubblica. Fin qui il dibattito a livello macroeconomico. E' possibile proseguire il ragionamento, se si guarda con attenzione alle logiche di sviluppo che l'impianto fiscale dell'ultima Finanziaria propone esplicitamente a scala nazionale. La stretta operata dal governo sul lavoro autonomo riflette ancora oggi un'idea del futuro economico del Paese legato, di fatto, ai destini della grande impresa e rivela un profondo scetticismo sulle potenzialità delle piccole imprese e dei distretti. Se è vero che una stagione del nostro sviluppo è ormai alle spalle, è altrettanto vero, tuttavia, che la possibilità di rimettere in moto l'economia dipende, in Veneto come nel resto del Paese, dalla mobilitazione di talenti, conoscenze e nuova imprenditorialità per sviluppare servizi, funzioni e prodotti innovativi. Il sindaco di Roma conosce l'importanza dell'iniziativa imprenditoriale in comparti come quelli del turismo e della cultura, che sono alla base del notevole successo economico della capitale in questi anni. Almeno in questo, fra Roma e il Veneto c'è oggi molta meno distanza di quanto si è portati a credere. Perché, allora, non provare a mettere a valore entrambe le esperienze per una riforma fiscale che premi lo sviluppo imprenditoriale?
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