Questione fiscale, consenso e doveri

Gli interventi di Micelli e Corò consentono di poter impostare un dibattito di politica fiscale finalmente fuori dai populismi: quelli della destra, fatti di parole irresponsabili, e quelli di sinistra, con estemporanee uscite che minacciano nuove tasse. Se si vuol parlare seriamente di politiche fiscali, occorre necessariamente partire da tre anomalie tutte italiane, che può essere un po' noioso ripetere, ma si tratta di vincoli effettivi con cui chiunque governi deve fare i conti.


Il livello del debito pubblico è superiore di 45 punti percentuali del Pil rispetto alla media europea (106,8 rispetto a 61,7): ogni anno escono dal bilancio dello Stato alcune decine di miliardi di euro in più dei nostri competitori per pagare i debiti e non per dare servizi ai cittadini.

L'evasione fiscale (quella sostanziosa, non quella di microimprese marginali che cercano di reggere anche per questa via) ha un livello sconosciuto negli altri Paesi europei e distorce negativamente il rapporto fisco/cittadino e la libera concorrenza.

Si crea infatti una iniquità intollerabile tra chi paga e chi può permettersi di non farlo.  La terza anomalia è tutta politica: in Italia, a differenza degli altri Paesi occidentali la destra al governo porta con sé statalismo, aumento della spesa pubblica finanziato ricorrendo al debito. Nel quinquennio dei governi di centrodestra la spesa pubblica al netto degli interessi è cresciuta di 2,5 punti percentuali del prodotto nazionale e l'indebitamento è cresciuto dallo 0,8% del Pil del 2000 al 4,4% del 2005. In Italia tocca alla sinistra fare il lavoro che in altri Paesi fa la destra.  Per queste ragioni sono maggiori i vincoli di bilancio con cui fare i conti, ma proprio per questo è decisiva la questione fiscale: cosa si chiede al cittadino, come lo si chiede, per fare che cosa. E' questo rapporto, essenziale per un regime democratico, che si è rotto nella coscienza collettiva e va ricostruito. I principi ci sono e stanno in due articoli della Costituzione repubblicana: il 23 ed il 53, che fissano con chiarezza la riserva di legge in materia tributaria (nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge), e l'adeguamento del dovere tributario alla effettiva capacità contributiva. Lì bisogna tornare.  La riserva di legge non è un fatto tecnico: significa che il sistema tributario deve essere basato sul consenso ed è l'applicazione pratica del vecchio principio «no taxation without representation».

Una discussione parlamentare rende evidente all'opinione pubblica motivi e ragioni delle norme fiscali, ne definisce con esattezza i contorni, ne valuta appieno le conseguenze. Questo principio è stato negli ultimi anni largamente disatteso in modo assolutamente bipartisan da centrodestra e centrosinistra. Ormai la regola della norma fiscale è la delega al governo o l'inserimento a scatola chiusa nella legge finanziaria. Questo sistema porta ad un eccesso normativo, poca chiarezza, modifiche continue, anche errori grossolani, quindi disorientamento del contribuente e poca credibilità del fisco. In questo capitolo possiamo mettere anche il tema del federalismo fiscale: più vicinanza tra chi tassa e chi riceve il servizio rende più trasparente il rapporto.  Il principio di capacità contributiva: la pressione fiscale in Italia è elevata e non può ulteriormente crescere, anzi occorre dimostrare che la lotta all'evasione condotta con successo comporta un avvio di restituzione per il contribuente fedele. Con una precisazione: il divario rispetto alla media europea riguarda soprattutto l'imposizione sulle imprese, siamo al secondo posto in Europa nel livello di tassazione degli utili aziendali. Un intervento robusto è stato attuato con la riduzione della tassazione sul lavoro, le imprese pagano mediamente il 25% di Irap in meno rispetto all'anno scorso, occorre proseguire su questa strada: bene lo scambio tra l'eliminazione di un sistema di contributi ed incentivi costosi dal punto di vista della gestione amministrativa e spesso inefficaci e una riduzione generalizzata delle imposte. Si tratta anche di riconsiderare alcuni elementi dell'imponibile che per le imprese hanno cambiato completamente di significato in un contesto globalizzato: ammortamenti per gli investimenti, deducibilità di alcuni costi aziendali più strettamente legati all'internazionalizzazione, eccetera e occorre che vi sia una maggiore corrispondenza tra bilancio economico e base imponibile. Vi è poi il problema del costo amministrativo per le imprese dell'assolvimento del dovere fiscale: norme complicate, di difficile interpretazione, che cambiano in continuazione; occorre una radicale semplificazione, specie per la microimpresa, e quella tregua fiscale che ha preannunciato il ministro Padoa-Schioppa.  Il terzo punto è la lotta all'evasione. Aver terminato una politica dannosa di condoni e concordati di ogni tipo sta già dando dei frutti.

Tuttavia anche in questo campo la migliore lotta all'evasione sta nel tenere fermi i principi del dovere fiscale e insieme renderlo adeguato alla effettiva capacità contributiva e semplice il suo adempimento. Credo che su questi punti il Partito Democratico debba rivolgersi con chiarezza all'opinione pubblica e sfidare un centrodestra, molto aggressivo a parole ma che nell'esperienza pratica di governo (nazionale e regionale) non ha affatto brillato per capacità riformatrice.

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