«Pediatri in fuga dagli ospedali Reparti a rischio»

L’allarme del primario Rugolotto, presidente della Sip  «In 50 si sono licenziati negli ultimi 3 anni. Una diaspora»
TOME - AGENZIA BIANCHI - PADOVA - MEDICI ESCONO DALL'OSPEDALE
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padova

Gli ospedali potrebbero restare a breve senza reparto di Pediatria. A prospettare l’allarmante scenario è il dottor Simone Rugolotto, primario a Rovigo e presidente veneto della Società Italiana di Pediatria (Sip) che riunisce gli specialisti del comparto. Il “caso Camposampiero”, con la fuga dal Cosma di sette pediatri nel giro di pochi mesi, è la rappresentazione di quanto sta accadendo in quasi tutti gli ospedali del Veneto.

Le cifre dell’emorragia le dà Rugolotto: «Negli ultimi tre anni dalle aziende sanitarie della regione si sono licenziati 50 pediatri per essere poi assunti in convenzione e diventare pediatri di famiglia.

Sedici sono andati in pensione, 14 si sono trasferiti in altre regioni e altri due sono diventati sumaisti. In pratica ogni mese, circa 2 specialisti lasciano l’ospedale per andare a lavorare nel territorio così come il 90% di chi esce dalla scuola di Pediatria». Il motivo? Fuori ci sono condizioni di lavoro migliori e stipendi più alti.



Intanto i reparti restano sguarniti, con un numero di medici in servizio oscillante tra i 2 e i 5.

«Numeri del tutto insufficienti», sottolinea Rugolotto che elenca anche gli ospedali interessati dalla “grande fuga”: Belluno, Feltre, Chioggia, Venezia, Adria, Arzignano, Camposampiero e Cittadella. «Si salveranno solo Padova, Treviso, Mestre, Vicenza e Verona, vale a dire le strutture più grandi», prosegue il presidente Sip.



Azienda, università, territorio, ospedale. Sono i quattro elementi che secondo Rugolotto incidono sulla “grande fuga” dei pediatri. «Negli ultimi 15-20 anni le aziende sanitarie hanno ridotto moltissimo il personale per i bilanci e il vivere dei medici è progressivamente peggiorato, visti i turni massacranti», spiega, «L’Università a livello nazionale ha ridotto il numero di specialisti formati dalla scuola. E poi la pediatria di famiglia offre vantaggi sotto il profilo economico, di ore di lavoro e di vita sociale. L’accordo Stato-Regioni di giugno ha approvato una modifica del punteggio del pediatra di famiglia per entrare nelle graduatorie per cui un anno di pediatria nel territorio vale come 22 dell’ospedale. Il risultato? I giovani non entrano più in ospedale, gli indecisi escono prima che sia tardi e restano coloro che non possono uscire, ma che difficilmente faranno notti e festività fino a 60 anni. E noi ci riempiremo ancora di più di medici a gettone. Questa manovra fatta dai sindacati a Roma doveva bloccare la fuga dagli ospedali, ma ha prodotto risultati opposti». Dietro la diaspora degli ospedalieri, ci sono responsabilità anche dei cittadini: «C’è stato un aumento del contenzioso medico-legale. Nell’ultimo decennio esso è enormemente cresciuto rispetto alla situazione del territorio». In un contesto del genere qualsiasi programmazione diventa difficile se non impossibile, osserva Rugolotto. Per non parlare delle dotazioni ospedaliere, anche molto moderne, che restano sottoutilizzate.



Come riportare i pediatri in ospedale o, quantomeno, come impedirne la fuga? «Modificare il punteggio per cui un anno di ospedale diventa pari a 5 del territorio, così il sistema resterebbe in equilibrio», afferma Rugolotto, «Riorganizzare le scuole di specializzazione per aumentare il numero di posti. Semplificare le procedure concorsuali che si sono complicate dopo l’istituzione dell’Azienda Zero. Diversamente le Pediatrie cominceranno ad essere chiuse. E dove verranno curati i bambini?Il sistema non può reggere con due pediatri in reparto, è insostenibile». —



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