Trovato morto dopo un mese: serve una rete di campanelli

Il caso del settantenne morto da solo e che nessuno ha cercato per almeno quattro settimane richiama l’attenzione sulla solitudine nelle nostre città e sul volontariato che deve tornare a occuparsi dell’inutilità utile, ossia di riprendersi il tempo che non produce niente

Emanuele Alecci *
Il condominio di via Valdagno, in zona Armistizio, dove è stato trovato morto Roberto Corrà, 73 anni
Il condominio di via Valdagno, in zona Armistizio, dove è stato trovato morto Roberto Corrà, 73 anni

Roberto Corrà aveva 73 anni ed è morto solo nella sua camera da letto, in un appartamento di via Valdagno, in zona Armistizio. L’hanno trovato sabato mattina. Era lì da circa un mese. Viveva solo da quando nel 2003 era mancata sua madre. I vicini se n’erano accorti. Se lo dicevano tra loro che Corrà non si vedeva da settimane.

L’informazione c’era. Quello che mancava era qualcuno che si sentisse in diritto di salire quelle scale e suonare quel campanello. Il Comune non poteva farlo. I servizi intervengono su segnalazione, e senza segnalazione è più difficile. È la regola ed è anche una garanzia. Ma tra il momento in cui un vicino nota qualcosa e il momento in cui l’istituzione può muoversi c’è uno spazio vuoto. Per un mese, lì, non è passato nessuno. Quello spazio è il nostro.

È il posto del volontariato, e mi rivolgo a chi lo fa. Devo però dire una cosa che riguarda anche me. In trent’anni abbiamo lavorato perché il volontariato non fosse più considerato dilettantismo: competente, capace di gestire servizi, di rendicontare, di stare nei tavoli alla pari. Era necessario e non me ne pento. Ma abbiamo costruito e finanziato soprattutto un volontariato che fa, che eroga qualcosa di misurabile, che alla fine del progetto può dire quante persone ha servito. E abbiamo lasciato ai margini un’altra cosa, che nei bandi non ha nome.

La chiamo l’inutilità utile: chi sta in un quartiere senza gestire niente, conosce le famiglie di una scala, passa a suonare un campanello senza un motivo, e proprio per questo può permettersi di passare. È esattamente quello che sarebbe servito in via Valdagno. Allora l’appello è doppio, e la parte più difficile è la prima. Alle associazioni: non fatevi convincere che valga solo ciò che si rendiconta. Chi gestisce un servizio è insostituibile, ma chi tiene i legami lo è altrettanto e nessuno lo sostituisce se smette.

Riprendetevi il tempo che non produce niente: la scala del vostro palazzo, la via, le porte dove non bussa nessuno. Non serve un progetto per farlo. E non serve aspettare che qualcuno ve lo chieda. A chi decide come si distribuiscono le risorse: accettate di sostenere qualcosa che non vi restituirà numeri. Riconoscete le reti di prossimità per quello che sono, senza pretendere che diventino enti. Date spazi, non solo fondi. Smettete di chiedere una scadenza a chi fa un lavoro che non finisce. Vale per tutti: per le istituzioni, per le Fondazioni che sostengono.

E c’è un mese preciso da guardare in faccia. Era agosto: i vicini erano via, chi restava se n’era andato. La rete informale che regge una città per 11 mesi, nel dodicesimo si scioglie e non ha sostituti. Un patto d’estate tra Comune, condomìni e associazioni – chi c’è, chi controlla cosa, chi si può chiamare – costerebbe poco e non lo abbiamo. Capisco che è difficile ma forse è possibile. Padova è stata capitale europea del volontariato. Non lo scrivo per rinfacciarlo a nessuno, me compreso. Lo scrivo perché quel titolo ci dà più strumenti di altre città per accorgerci di cosa manca e meno alibi per non provarci.

*presidente Rete volontariato europeo

 

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