La richiesta dei leghisti veneti: «Torniamo a parlare del Nord»

Salvini manda un emissario dai dissidenti lombardi: l’incontro forse mercoledì. Rigo: «La questione settentrionale non sia pagina di storia, ma una necessità». Pressi: «In un periodo di crisi non è utile informare gli elettori che siamo divisi»

Laura Berlinghieri
Lega, la rivolta dei lumbàrd scuote Salvini: anche in Veneto cresce il malumore
Lega, la rivolta dei lumbàrd scuote Salvini: anche in Veneto cresce il malumore

Mai, nella storia recente della Lega, ci si era spinti tanto avanti, sentenzia un colonnello. Parla della rivolta dei lumbàrd della Lega, capeggiata dal loro presidente Attilio Fontana e dal loro segretario Massimiliano Romeo. Che, dal palco della Versiliana, hanno chiesto la testa (ma è una metafora) del segretario federale Matteo Salvini. Un rompete le righe, che legittima l’esplicitazione dei malumori che da mesi, se non anni, erano sottofondo dei discorsi leghisti.

La resa dei conti coi lombardi

Intanto il diretto interessato, Salvini, ostenta sicurezza e continua a mostrarsi sereno. Ma già prepara l’incontro con i due dissidenti, a cui dovrebbe mandare un emissario, forse già mercoledì. Nessun chiarimento, invece, con Zaia e Fedriga, coi quali, assicura Salvini, il dialogo sarebbe costante. Ma il fastidio verso un partito che ha smarrito la stella polare non è appannaggio dei leghisti lombardi, che pure sono gli unici finora ad aver trovato il coraggio di metterlo sul tavolo, questo malessere.

«Non una mossa particolarmente astuta», ragiona Matteo Pressi, capogruppo della lista Stefani in Consiglio regionale, «a maggior ragione in un periodo di evidente difficoltà elettorale, non mi sembra utile informare gli elettori che siamo pure divisi. Alla Lega è sempre stata riconosciuta la capacità di saper risolvere i problemi interni senza andare sui giornali, sarebbe utile tornare a quel punto».

I consiglieri veneti

Ma ormai le regole sono saltate. «Salvini ha portato la Lega al 35% e il merito era suo», concede la consigliera Giorgia Bedin, «ma anche di tutti coloro che hanno sempre lavorato per la Lega, come militanti e amministratori». Anche se poi: «oggi, se la Lega riscontra una flessione nel gradimento, credo sia altrettanto colpa di tutti».

Ma gli equilibri sono cambiati anche all’interno del Parlamentino veneto. «Quando i sondaggi guardano verso il basso, lo sconforto e il malcontento si allargano. È un processo inevitabile che può essere arrestato solo ascoltando e coinvolgendo chi, sul territorio, sa raccogliere le preferenze e il consenso», non ha paura di dire Rosanna Conte, la leghista rimasta scottata dalle ultime scelte dell’amministrazione Stefani. E che, per questo, si starebbe guardando intorno, osservando con particolare interesse il partito di Vannacci. «La buona politica si fa restituendo centralità a chi rappresenta un punto di riferimento credibile per le comunità locali», dice.

È quello che i leghisti dissidenti lamentano: la disaffezione del partito dai suoi temi storici. La “difesa” del Nord, l’essere sindacato del territorio. Da qui, l’idea di declinare il partito in un’associazione delle regioni del Nord.

Ma è una metà della luna. L’altra metà è quella di un partito di governo che resta fedele al segretario. Con il sottosegretario alla Giustizia Andrea Ostellari che pesca dalla sua esperienza: «Nella Lega il confronto c’è sempre stato, e Salvini non si è mai sottratto all'ascolto e al fare sintesi».

E il commissario Andrea Tomaello che cerca di spegnere i fuochi: «Leggo di cose che succedono in Lombardia, ma io in questo momento mi occupo di Veneto». E poi: «Stiamo cercando di portare gente a Pontida e approvare velocemente l’Autonomia, sia in Consiglio regionale che poi a Roma, tramite i nostri rappresentanti».

Che poi è la battaglia comune. Ma è la lettura che se ne fa a essere diversa. «Siamo nati per essere l'unica voce forte, autorevole del Veneto che produce», ricorda il veronese Filippo Rigo, sottolineando come questa missione si sia sbiadita: «Per dare risposte ai cittadini dobbiamo rimettere al centro la nostra terra, i nostri sindaci, gli amministratori locali e le necessità economiche delle comunità. Perché la questione settentrionale non è pagina di storia, ma una necessità, ed è il momento di rilanciare con forza la nostra storica identità politica, che si fonda su autonomia e sul federalismo».

 

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