La tassazione delle impresesenza pregiudizi ideologici
E visto che siamo in Europa, un'Europa ormai senza confini e con una moneta unica, sarebbe utile confrontare le aliquote fiscali italiane con quelle degli altri Paesi dell'Unione europea allargata. Dalla comparazione emergerebbero alcuni interessanti elementi di riflessione. Primo: la pressione fiscale sulle persone fisiche è in Italia un po' sopra la media europea, anche se non di molto. Questa pressione potrebbe sicuramente essere allentata, magari riducendo la progressività dell'Ire in modo da disincentivare l'evasione fiscale, un provvedimento che sarebbe quasi sicuramente a costo zero per le casse dello Stato, visto che fatte le somme il gettito rimarrebbe invariato. E continuando nella comparazione, si scoprirebbe un altro dato significativo. Non solo che l'aliquota sul reddito d'impresa in Italia è la più alta in Europa, ma che vi è una correlazione positiva fra pressione fiscale sulle imprese e sviluppo, nel senso che più sono basse le aliquote più l'economia cresce. Questo è il punto decisivo, da qui si può cominciare a ragionare in modo serio su una riforma del fisco in Italia dove il reddito d'impresa è tassato al 33 per cento, a cui si aggiunge però anche un 4,25 per cento di Irap, su cui le Regioni hanno la facoltà di intervenire riducendo o aumentando la percentuale di un punto.
Il Paese che per primo ha capito la correlazione positiva fra bassa tassazione sulle imprese e sviluppo è stata l'Irlanda. Grazie alla riduzione dell'aliquota al 12,5 per cento, e puntando sull'alta qualità dell'istruzione, l'Irlanda è passata in pochi anni dall'ultimo al primo posto in Europa per reddito pro capite, superando nel 2006 anche il ricco Lussemburgo. E lo stesso ragionamento, in fondo piuttosto banale, lo hanno fatto anche i Paesi dell'Europa centro-orientale recentemente entrati nell'Unione, che non a caso hanno tutti introdotto sistemi di tassazione leggera per le imprese, e cito il caso limite dell'Estonia dove l'aliquota è zero - sì, proprio zero - nel senso che il reddito d'impresa non è neppure tassato. In Italia, e soprattutto nel Nordest, siamo assediati e nello stesso tempo lusingati dai nostri vicini. L'aliquota è del 25 per cento in Austria e in Slovenia, ma quest'ultima ha già avviato un programma per ridurla al 20 per cento entro il 2010. Con l'ingresso della Slovenia nell'area Schengen, dal primo gennaio prossimo sarà eliminata anche la sbarra al confine con l'Italia. A un imprenditore di Gorizia - città che, come Berlino, è stata divisa da un muro durante la Guerra fredda - sarà dunque sufficiente attraversare la strada per pagare meno tasse. Anche Germania, Francia e Spagna hanno promosso o hanno allo studio progetti di riduzione del carico fiscale sulle imprese. Quasi tutti i Paesi che ho citato finora hanno una caratteristica in comune, sono cioè governati da coalizioni di centro-destra, salvo la Spagna. Se alla stessa conclusione è arrivato anche il governo spagnolo, non vendo perché non ci possa arrivare il governo Prodi. La discussione sulla tassazione delle imprese è condizionata da pregiudizi ideologici duri a morire. Si dà cioè per scontato che la riduzione dell'imposta favorisca l'imprenditore, un cittadino che si ritiene abbia già un livello elevato di benessere e che dunque non sarebbe opportuno premiare ulteriormente.
La riduzione va invece a favore dell'impresa e quindi a favore di tutti coloro che uno dei massimi studiosi di management, Peter Drucker, ha definito gli stakeholder: i finanziatori, i fornitori, l'ambiente sociale e infine - ultimi nell'elenco ma primi per importanza - gli stessi lavoratori dell'impresa. Anche per lo Stato un abbassamento dell'aliquota non significherebbe affatto la rinuncia a un'entrata, ma si configurerebbe invece come un investimento, un risparmio in vista di una crescita futura. Se infatti gli utili maggiori vengono distribuiti ai soci, questi devono dichiararli nel loro reddito e saranno perciò tassati con un'aliquota presumibilmente più alta. Se invece gli utili restano nell'impresa, sono reinvestiti e quindi ne aiutano la crescita dimensionale con il conseguente aumento dell'occupazione, della competitività e degli utili. Ne beneficia dunque non solo l'impresa ma anche tutto il sistema-Paese, e in primo luogo proprio il fisco grazie all'ampliamento della base imponibile. Che questo meccanismo virtuoso funzioni, lo dimostra proprio l'esperienza del Friuli-Venezia Giulia che ha introdotto una riduzione selettiva dell'Irap, nella misura dell'uno per cento consentito dalla legge italiana, per tutte le imprese (banche e assicurazioni comprese) qualsiasi sia la loro dimensione. Per ottenere la riduzione le imprese devono però presentare i parametri del valore aggiunto e del costo del lavoro in aumento di almeno il 5 per cento rispetto alla media dei tre anni precedenti, devono dimostrare cioè di avere una dinamica di crescita. Al provvedimento, che è stato notificato e approvato dall'Unione Europea, sono seguiti due protocolli d'intesa patrocinati dalla Regione Friuli. Il primo fra le varie associazioni delle aziende manifatturiere e i sindacati, con il quale si è deciso di investire le risorse risparmiate con la riduzione dell'Irap in progetti per migliorare la produttività e la competitività delle imprese. Il secondo con le banche che, a fronte del beneficio Irap, si sono impegnate a costituire fondi per iniziative rivolte a particolari fasce sociali (prestiti d'onore e mutui casa per lavoratori precari a tassi vantaggiosi, tra i progetti già attuati). Nello studio preliminare sulla riduzione dell'Irap era stata stimata una minore entrata per la Regione Friuli pari a 40 milioni di euro all'anno. Ma già nel 2006 le entrate complessive della Regione sono aumentate perché, con la crescita dell'economia, si è ampliata la base imponibile (ricordo che come Regione a statuto speciale, il Friuli-Venezia Giulia ricava le proprie entrate da una compartecipazione percentuale sui tributi statali riscossi sul proprio territorio). Certamente non solo grazie alla riduzione dell'Irap, ma sicuramente anche grazie ad essa, il Friuli-Venezia Giulia si colloca ormai stabilmente fra le prime regioni italiane per crescita del prodotto interno loro (tra 1,7 e 2,1 punti le previsioni per il 2007), export (incremento del 30,5 per cento nel primo trimestre 2007, contro una media nazionale del 13) e occupati (il tasso di disoccupazione è al 3,5 per cento, cioè al minimo storico, e sta ancora scendendo). Teniamo presente che a questo risultato ha contribuito una riduzione fiscale sul reddito d'impresa di un solo punto percentuale, anche se bisogna tenere conto che l'Irap si calcola su utili, costo del lavoro e interessi, e quindi «pesa» in realtà un po' di più.
C'è dunque ampia materia di riflessione, a partire dall'esperienza europea, perché l'esempio della riduzione della tassazione sulle imprese sia seguito rapidamente anche dal governo. Il pericolo concreto è che gli imprenditori italiani trasferiscano la loro attività in altri Paesi - e non parlo di Cina e India, ma dei nostri partner europei - dove pagherebbero meno imposte e aggirerebbero gli altri svantaggi competitivi dell'Italia, dall'inefficienza della burocrazia alla carenza di infrastrutture, dalla lentezza della giustizia agli oneri che gravano sul costo del lavoro, per finire con la bassa qualità dell'istruzione e con gli scarsi investimenti in ricerca. La discussione politica sul fisco, in questi ultimi mesi, si è intrecciata con altri temi, come la questione settentrionale e il federalismo. Per evitare che il dibattito scivoli su toni generici e astratti, è opportuno allora ricordare che non si vota solo con le mani, apponendo cioè nel segreto dell'urna una crocetta sul simbolo del partito o sul nome del candidato prescelto. Si vota anche con i piedi. All'imprenditore di Gorizia basteranno quattro passi...
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