Il Principe e l’editore
Così cominciò l’assalto alla Vandea preleghista

Soltanto un quarto di secolo, e a guardarsi indietro si prova un senso di vertigine: quanta gente non c’è più e quante cose sono rimaste uguali! C’era una giunta di centrosinistra, sindaco Mario Rigo, vicesindaco Paolo Cacciari, e c’erano i dioscuri “padroni” della politica locale, Gianni De Michelis e Bruno Visentini. C’era una Venezia-città di oltre centomila abitanti e c’era un solo giornale di centro moderato, il “Gazzettino”, che vendeva altrettante copie. Si discuteva accanitamente se fare l’Expo o fare il Mose.
“Palmiro” e “Crea”, dominatori della Regata storica, annunciavano che non avrebbero più vogato insieme. La cultura aveva come gioielli indigeni di grido Luigi Nono, Emilio Vedova, Franco Basaglia e Massimo Cacciari.
I “veneziani”, come sempre, guardavano i “foresti” come dei turisti parvenu, senza quarti di nobiltà. Il presidente del Consiglio, Bettino Craxi, prendendo la parola su un battello durante una gita in laguna, ebbe l’infelice idea di indirizzarsi ai presenti dicendo “Voi, veneti, nuovi venuti...”, al che si alzò piccato un giovane redattore discendente dei dogi Loredan: “Noi eravamo qui prima di lei e ci saremo anche quando lei non ci sarà più!”.
Era il 1984. Giorgio Mondadori, il figlio del grande Arnoldo, cercava di mantenere le dimensioni della parte dell’impero editoriale ereditato dal padre. Otto anni prima la Mondadori era entrata nella nascita di “Repubblica” al 50 per cento con Carlo Caracciolo, proprietario dell’“Espresso”.
Ma Giorgio di suo già aveva “Il Mattino di Padova” e “la Tribuna di Treviso”, e questi, come tutti i giornali provinciali d’Italia, erano visti da Caracciolo come le più redditizie e illuminate imprese editoriali in cui ci si potesse lanciare. L’accordo tra i due editori fu presto raggiunto.
I due avrebbero unito un terzo, nuovo quotidiano ai due esistenti e i tre giornali sarebbero stati guidati da un unico direttore, Lamberto Sechi, che si era coperto di gloria giornalistica portando a uno straordinario successo ”Panorama”, il settimanale di Mondadori diventato con lui concorrente alla pari con l’“Espresso”.
Sechi, veneziano d’adozione con casa alla Giudecca, venne ingolosito dalla prospettiva di una nuova avventura professionale, ma pose come condizione di guidare i tre giornali da Venezia, una scelta che soltanto anni dopo si decise di abbandonare perché non facilitava il radicamento delle tre testate nelle rispettive città.
Il Veneto era allora in una fase di sviluppo eccezionale, un passaggio rapidissimo dall’era della povertà, dell’emigrazione e della pellagra al boom delle fabbrichette, delle esportazioni, dei tanti schei. Caracciolo era un oculato imprenditore, disposto a investire in imprese in cui credeva ma attentissimo a non sprecar soldi. La sua tecnica era associarsi con qualcuno che avesse dimostrato capacità operative reali e fosse disposto a rischiare qualcosa più di lui.
Per di più, col successo di “Repubblica” e dell’“Espresso” aveva accumulato non soltanto denaro da investire, ma anche un formidabile patrimonio di collaboratori esperti e capaci. Tra questi era Mario Lenzi, un livornese che si era fatto a “Paese Sera” e che era un accanito fautore delle nuove tecnologie, quelle che segnarono la transizione dalla stampa a piombo in tipografia alla stampa direttamente creata dai computer dei redattori.
Lenzi fu incaricato di curare il difficile incastro redazionale e tipografico dei tre diversi giornali e Sechi di mettere in piedi la redazione veneziana senza perder di vista le due redazioni di Padova e di Treviso. Il sogno inespresso (e sbagliato) di tutti era di creare un grande quotidiano internazionale del Nordest, un contraltare alla piemontese “Stampa”. Un giornale che unisse l’anima colta di Venezia e l’anima ultrapop delle province. Ma la gestione attentamente sparagnina di Caracciolo (a cui Mondadori aveva di fatto delegato l’insieme delle operazioni) riduceva all’osso ogni possibile spesa: nei tre giornali, con tre redazioni e diverse sedi di corrispondenza, nel 1984 lavoravano 67 giornalisti e 40 tra tipografi e amministrativi.
Non ne nominerò nessuno perché la memoria gioca brutti scherzi e potrei fare involontariamente torto a qualcuno, anche perché tutti erano pronti a fare di tutto: dall’usciere al telefonista al redattore all’impiegato. Veniva portata ad esempio una factotum, Lucia Visca, braccio destro di Sechi: “Datemi dieci Visca e vi faccio il New York Times”, proclamava Sechi, mentre a sua volta correggeva di persona qualche strafalcione tipico dei giornali di provincia.
C’era un po’ di rivalità e di sfottò tra i giornalisti già insediati e i “nuovi”, arrivati da Roma o da fuori: veniva riportata con un sorriso la domanda della cronista romana che aveva chiesto se si poteva parcheggiare la macchina sotto il ponte di Rialto. Eppure l’atmosfera era elettrica, divertita, tipica delle iniziative della speranza.
Giorgio Mondatori, che aveva casa anche a Venezia, ogni tanto radunava una specie di riunione generale di redazione, in un ristorante fuori Padova, a Camin, con portate e vini di grido per discutere in allegria il da farsi. Si lanciavano idee solo apparentemente stravaganti: un giorno la redazione della “Nuova Venezia” si alleò con il capo dei gondolieri, Vittorio Costantini, e occupò un’isola inselvatichita della laguna, bonificandola completamente, fatto che indusse un gruppo ambientalista a organizzare una manifestazione sotto la redazione, protestando in nome della fauna (pantegane, uccelli, rane, ecc:) che sarebbe stata minacciata dalla “colonizzazione” del giornale.
Caracciolo e Mondadori di proposito passavano ogni tanto una giornata con i giornalisti, a Venezia o a Padova.
Caracciolo, principe di Castagneto e duca di Melito, cognato di Gianni Agnelli e discendente dell’ammiraglio Caracciolo impiccato da Nelson all’albero della sua nave perché aveva guidato la Repubblica napoletana contro i Borboni, accoppiava negli affari l’eco della sua romantica epopea di giovanissimo partigiano in Val d’Ossola alla storia del suo successo editoriale e alla sua capacità di intrattenere rapporti privilegiati con chiunque valesse la candela: dal pittore Mario Schifano a Ugo La Malfa, da Herbert von Karajan a Guido Rossi, da Jeanne Moreau a Enrico Cuccia, genius di Mediobanca.
Il suo arrivo imprenditoriale nel Veneto scatenò una ridda di reazioni tra quanti vedevano nel “principe rosso” e nei suoi giornali un pericolo diretto per la Vandea bianca preleghista. I democristiani di Mariano Rumor e di Toni Bisaglia (e i trentenni di oggi, dopo così pochi anni, forse non sanno neppure quanto potenti fossero allora quei due) chiamarono a raccolta le truppe politiche e industriali per fargli il deserto intorno, e per anni riuscirono a impedire che prendesse la proprietà del “Gazzettino” o dell’“Arena”, testate a cui avrebbe fatto inutilmente la corte.
Nonostante questo, a testimoniare l’interesse che il Nordest suscitava in lui, più avanti sarebbe riuscito a far confluire nel Gruppo Espresso l’“Alto Adige”, “Il Messaggero Veneto” e “Il Piccolo” di Trieste.
Nelle prime settimane dopo l’uscita della “Nuova Venezia”, Caracciolo si fece vedere frequentemente in città, proprio a dimostrare di persona ciò che riteneva necessario per il giornale: il radicamento sul territorio, fra quei cittadini che si aspettavano una voce di sinistra nelle edicole. Voleva far circolare la fama della sua presenza in città, a sostegno diretto delle iniziative del giornale.
Un giorno, visitando un antiquario, si accorse che costui sembrava dubitare della sua capacità di vincere e convincere i veneziani che stava facendo sul serio. C’era un quadro che gli piaceva. “Quanto costa?”, chiese: “Quattordici milioni” (erano allora tante lire). “Me lo incarti, lo porto via”, e all’amministratore del giornale, Pierluigi Messori, basito, che lo accompagnava per la città, “Staccagli un assegno”, e se ne andò col quadro sottobraccio. L’episodio fece fulmineamente il giro dei salotti bene veneziani, citato a simbolo della sua caratura di imprenditore (con schei).
Se è vero che i giornali hanno un’anima, la “Nuova Venezia” ne ebbe una così alla nascita, creata da coloro che vi si impegnarono. A venticinque anni di distanza (ma io sono forse troppo giudice di parte per essere equanime), mi auguro che nella “Nuova Venezia” quell’anima ci sia ancora.
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