Padova prepara l’ultimo saluto a Zanardi, schermi fuori da Santa Giustina

Il funerale del campione martedì 5 maggio alle 11 nella Basilica che già ospitò l’addio a Giulia Cecchettin e ai carabinieri morti nella strage di Castel d’Azzano. A celebrare la messa sarà don Marco Pozza, cappellano del Due Palazzi e amico di Alex: «Come Giobbe, cercava una crepa nelle difficoltà»

La Basilica di Santa Giustina a Padova
La Basilica di Santa Giustina a Padova

A Padova, la domenica ha il passo operoso dei giorni che precedono gli addii importanti. Non è una città ferma, ma una città che si prepara. Il Gabinetto del sindaco e la Prefettura lavorano in silenzio, come si fa quando si organizza qualcosa che riguarda tutti e che, in fondo, appartiene a ciascuno. Perché i funerali di Alex Zanardi non saranno soltanto una cerimonia: saranno un momento collettivo, uno di quelli in cui una comunità si riconosce.

La Basilica di Santa Giustina, che guarda la piazza più grande d’Europa insieme a quella di Sant’Antonio, ha già conosciuto il peso delle grandi occasioni. Lì si sono raccolti dolori pubblici e privati, lacrime che diventano memoria. Anche questa volta si attende molta gente: cittadini comuni, volti noti, sportivi, persone che forse non lo hanno mai incontrato ma che, in qualche modo, si sentono parte della sua storia. Si parla di maxischermi, di spazi da organizzare, di ordine da garantire. Ma l’ordine, in questi casi, è solo una cornice: dentro ci sarà qualcosa di più difficile da contenere.

La bara sarà semplice, di legno chiaro. Partirà da quella residenza dove Zanardi ha vissuto gli ultimi anni, protetto da una discrezione che oggi sembra quasi un lusso. La moglie Daniela e il figlio Niccolò hanno custodito il loro dolore lontano dagli sguardi, scegliendo il silenzio invece del racconto. È una forma di rispetto che si avverte anche ora, nelle finestre chiuse della casa di Noventa Padovana, dove qualche curioso si aggira senza trovare risposte.

A celebrare il funerale sarà don Marco Pozza, che di Zanardi era amico, assieme a Padre Federico Lauretta, parroco della basilica benedettina. Don Marco non usa parole solenni, ma parole semplici, che forse arrivano più lontano. Racconta di un uomo che non cercava la compassione, che non si è mai fermato a lamentarsi. Dice che non era un Giobbe moderno, ma qualcuno capace di trovare sempre una crepa nelle difficoltà, una possibilità. Come un sorpasso in curva, quando sembra che lo spazio non ci sia.

Ecco, forse è questa l’immagine che resta: un uomo che ha continuato a cercare spazio anche quando la strada sembrava chiusa. Non è retorica, è cronaca di una vita. Lo dicono gli amici, gli ex compagni di squadra, chi lo ha visto trafficare nel suo garage per migliorare una handbike, chi ricorda le sue battute, il suo modo di alleggerire tutto.

Intanto il mondo, fuori, si ferma a modo suo. Un minuto di silenzio a Miami prima del Gran Premio, un applauso lungo a Bologna, uno striscione che dice “orgoglio bolognese”. Sono gesti semplici, ma dicono molto. Dicono che la storia di Zanardi ha superato i confini dello sport, della città, del Paese. È diventata una storia condivisa.

C’è anche una vecchia intervista che torna a circolare, come accade quando le parole diventano eredità. Zanardi parlava di curiosità, di voglia di provare, di occasioni da non lasciarsi scappare. Non erano frasi costruite: erano il riassunto di quello che aveva fatto.

Forse aveva ragione Pavese quando scriveva che l’unica immortalità è il ricordo. E il ricordo, in questo caso, non è una fotografia ferma. È qualcosa che continua a muoversi, come lui. È nelle persone che martedì riempiranno la piazza, è in chi pedala pensando a lui, è in chi, davanti a una difficoltà, proverà a cercare quella fessura di cui parlava don Marco.

Padova si prepara, dunque. Non solo a un funerale, ma a un passaggio. Di quelli che lasciano un segno, anche quando le luci si spengono e la piazza torna vuota. Perché certe storie, quando finiscono, in realtà cominciano altrove. 

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