Folla agli Eremitani tra musica e girasoli L’addio a Scimone commuove Padova
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Se lassù c’è un coro di angeli, difficilmente Claudio Scimone resisterà alla tentazione di impugnare la bacchetta. Perché la musica, ha rammentato Clementine Hogendoorn - la moglie e flautista, ferma nel raccomandare l’astensione dagli applausi alle esequie “in nome dell’ascolto” - non ha rappresentato la passione della sua vita ma la sua vita tout court. Così, nella bellezza affrescata della chiesa degli Eremitani, dove il maestro ha allestito a più riprese il debutto di Veneto Festival, la folla imponente dei convenuti ha salutato il fondatore dei Solisti Veneti in un silenzio solenne carico di commozione.
Il sole mattutino che filtra dai rosoni medievali. La bara di abete grezzo ricoperta dai girasoli. Le istituzioni in prima fila con la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati (accompagnata dal figlio Alvise, direttore d’orchestra), il sindaco Sergio Giordani, il prefetto Renato Franceschelli. E i sodali artistici: il compositore Pino Donaggio, Leopoldo Armellini presidente del conservatorio “Pollini”, Cecilia Gasdia sovrintendente dell’Arena, Leonard Gianadda dell’omonima Fondazione, l’attore e docente di recitazione Alberto Terrani, lo scultore Elio Armano, tra gli altri.
I Solisti, certo, schierati a latere dell’altare maggiore. Scossi, talvolta impotenti a trattenere le lacrime, hanno scandito la liturgia con un repertorio per archi, violino, oboe, arpa. L’Elegia “L’ultima primavera” di Grieg e la Sinfonia dalla Cantata BWV 156 di Bach; la “Meditation” di Massenet e l’Ave Maria schubertiana intonata dal tenore Aldo Caputo, sodale di famiglia che ha voluto con insistenza tributare l’omaggio, concludendo l’esibizione con gli occhi lucidi. Fino al “Largo” dall’Inverno vivaldiano e all’“Adagio” di Albinoni, cavalli di battaglia dell’ensemble. Da ultimo, a sorpresa, lo struggente Intermezzo della “Cavalleria” di Mascagni.
Il linguaggio universale del suono, la parola sacra nelle letture scelte dall’officiante, don Lucio Guizzo. Dal Libro del Siracide - che esalta la musica del corno e della cetra, definendola «sigillo di rubino e smeraldo in una guarnizione d’oro» - al Vangelo di Matteo che indica nei semplici i destinatari della verità rivelata: «Hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, Signore, e le hai rivelate ai piccoli». Breve e appassionata l’omelia del parroco, che evoca «la straordinaria umanità di Claudio, maestro di vita e apostolo della musica che vince la morte»; «Custodiva un tesoro ma non lo tratteneva per sé, anzi era generoso nel dispensarlo, soprattutto ai più giovani, dei quali è stato un educatore illuminato». La musica, si accalora il sacerdote, non è una semplice espressione dell’ingegno umano ma un riflesso celeste perché «la mano dell’artista che dirige l’orchestra è un prolungamento di quella di Dio che muove l’universo».
Tanta gente, sì, ben oltre il migliaio, spaccato di un “popolo della musica” discreto e fedele. Che ora, analogamente a molti addetti ai lavori, si interroga sul futuro dell’amato ensemble, chiamato a fronteggiare una difficile successione, complicata dalle criticità derivanti dal taglio ai fondi pubblici. L’unica certezza, al momento, è che il programma dei concerti annunciati dei Solisti si svolgerà regolarmente e il 21 settembre, nella Sala dei Giganti, vedrà Uto Ughi sul podio. Ma non sarà il violinista a raccogliere l’eredità di Claudio Scimone, la cui scomparsa apre un’incognita artistica e manageriale di ardua ca soluzione. —
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