Fisco, con Cesare o con i cittadini

A Cesare quel che è di Cesare, d'accordo. Ma se Cesare esagera nel chiedere, anzi nel pretendere, e ti dà poco e male in rapporto ai soldi che si è preso, allora neppure il Vangelo fa più testo. E' logico dunque aspettarsi una risposta di massa alla chiamata alla firma anti-fisco che la Lega avvia già da oggi nella Bergamasca.

Meno logico è il rimedio suggerito da Bossi: versare le tasse non più allo Stato, ma a Regioni e Comuni. A quali? E' davvero un'alternativa togliere al Cesare romano, per dare ai non pochi Cesarini di periferia che a loro volta usano le pubbliche risorse per scopi clientelari, alimentano i privilegi della casta, si rivelano campioni degli sprechi? Lo stratega di Calalzo Tremonti si è letto il dossier del suo collega di partito Brunetta ulle malandrinate delle amministrazioni locali rosse che poi, come ben sa il suo estensore, appartengono pure a quelle di ogni altro colore? Ci spiegano che vuole essere una forma forte di protesta. Ma che valore anche simbolico può avere, se ad esempio il cittadino laziale di Montalto di Castro viene invitato a versare le tasse, anziché a Prodi & Visco, al sindaco del suo paese, quello che ha attinto ai soldi delle casse comunali per anticipare le spese legali a un gruppo di giovani autori di uno stupro?

Perché un cittadino campano dovrebbe fare lo stesso col presidente della sua Regione, che ha gestito la vicenda rifiuti come tutti abbiamo visto in diretta tv? Perché i contribuenti di tutta Italia dovrebbero privilegiare, al posto dello Stato, un sistema di enti locali che foraggia 278 mila consulenti per una spesa di 958 milioni di euro l'anno, o che tiene in piedi 3.211 imprese a controllo pubblico pagando 19.266 gettoni di presenza, molti dei quali sono in realtà delle gettoniere?  Esempi del genere hanno già riempito libri, dal recente e stravenduto «La casta» di Stella e Rizzo, ai più remoti ma altrettanto documentati e scandalosi testi di Raffaele Costa, solitario Don Chisciotte liberale: non è il caso di continuare, il concetto è chiaro.  Non dare a Cesare per versare a Cesarino è l'ennesimo abbaiare estivo alla luna, che non prende di petto la sostanza del problema, sintetizzata dall'imprenditore Mario Carraro in un nitido concetto: abbiamo un sistema fiscale barbaro. Che nel 2006 ha imposto ai cittadini 233 scadenze per adempimenti fiscali e amministrativi, ma in compenso vede gli scaglioni di reddito sotto i 25 mila euro straordinariamente affollati, e quelli sopra i 100 mila straordinariamente vuoti; dunque asfissiante ma inetto.  In compenso abbiamo una pubblica amministrazione palesemente inefficiente, ma che ci costa 215 miliardi di euro l'anno, anche perché i pubblici dipendenti sono aumentati (3 milioni 700 mila oggi) alla faccia del blocco delle assunzioni. Cosa e come ci viene restituito in termini di servizi, lo vediamo tutti i giorni.  Il guaio è che la piaga del fisco da noi è un male antico.

Già a fine Ottocento Vilfredo Pareto spiegava che l'Italia imponeva all'epoca un 23,9 di tasse per ogni 100 di spesa in una famiglia, mentre la Gran Bretagna si fermava a 4,8.  E Bossi, che Roma dovrebbe conoscerla se non altro perché la frequenta ininterrottamente da 22 anni, sa bene che nella passata legislatura non è bastata una maggioranza di ferro del centrodestra né per riformare davvero il fisco, né per introdurre quel federalismo che per la Lega è la ragione stessa della sua esistenza: a mettersi di traverso è stato l'ostruzionismo non del centrosinistra, ma di ampi settori dei suoi alleati, molti dei quali si sono fregati le mani quando il referendum popolare ha seppellito la devolution. Ci sarà pure un motivo, se in un secolo e mezzo dall'unità d'Italia poco o nulla è cambiato, e se la spesa pubblica continua a salire assieme all'ammontare del prelievo fiscale.  Da Cortina a Calalzo, in quest'ultimo scampolo d'estate, ci si dedica con fervido zelo all'ennesima scampagnata della parola; ma tra pochi giorni si torna in pianura, dove non basteranno i fuochi d'artificio per combattere la barbarie denunciata da Carraro.  Alla politica spetta fare le riforme che servono; se non ci riesce, o è imbelle o è complice. In entrambi i casi, sulle tasse sta dalla parte di Cesare, non dei cittadini: la parte sbagliata.

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