Fine vita in Veneto, il voto sulla legge slitta a mercoledì 2 settembre

I lavori in Aula per la votazione del Consiglio regionale proseguiranno nella mattina di mercoledì 2 settembre. Nella giornata di martedì 1° settembre sono stati depositati dieci emendamenti

Laura Berlinghieri
L'aula del Consiglio regionale durante la discussione della legge sul fine vita (foto Marta Buso/Interpress)
L'aula del Consiglio regionale durante la discussione della legge sul fine vita (foto Marta Buso/Interpress)

L’appello alle associazioni pro vita, a un passo dalla fine. Lo ha chiesto FdI, lo ha accolto la Lega. Esito di un’estenuante giornata (martedì 1° settembre) di trattative tra i capigruppo, con la mediazione del presidente Alberto Stefani. Punto di caduta: la giornata delle aspettative tradite sul fine vita.

E così si è tornati in aula mercoledì 2 settembre. E' ripresa intorno alle 10.30 la discussione in Consiglio regionale del Veneto. In mattinata prenderanno la parola gli ultimi consiglieri che non sono riusciti a intervenire martedì, poi saranno esaminati gli emendamenti: dieci quelli presentati dalla maggioranza e 28 quelli dell'opposizione. Nel primo pomeriggio si dovrebbe andare al voto.

La giornata di martedì

Il Veneto non ha una legge. Almeno, non l’ha ancora. Nove ore di discussione, 38 emendamenti depositati. Due interruzioni: per il pranzo e per dare modo al centrosinistra di valutare le proposte emendative della giunta. Non è bastato. Come, prima, non erano stati sufficienti i due anni e mezzo dalla precedente discussione: c’era ancora chi diceva di non aver deciso.

Stefano Valdegamberi di Futuro nazionale ha provato a far saltare il banco fin da subito, ponendo una questione pregiudiziale, per far sì che la discussione nemmeno iniziasse. Poco dopo, ha preso la parola il capogruppo di FdI, Claudio Borgia, dandogli manforte. Il voto – 31 contrari, 16 favorevoli e quattro astenuti. 

Le parole di Zaia

Una larga parte di palcoscenico è stata di Luca Zaia. Il leghista che, da presidente di Regione, voleva regalare al Veneto il primato in questa, che, da molti, è definita una battaglia di civiltà. «Non è un programma di eliminazione dei cittadini», l’esplicitazione dell’ovvio, comunque bersagliata dagli strali degli attivisti per la vita. Le altre parole: sull’«ipocrisia», perché «la sentenza della Consulta è già chiara. E dice che un malato terminale, che rispetti le quattro caratteristiche fissate dalla Corte Costituzionale, può chiedere il fine vita. E non è un’eresia».

E sull’ipocrisia della politica, «perché quella stessa sentenza non si può sostituire alla legge. E quella sentenza non dice chi deve somministrare il farmaco, chi si deve occupare del malato terminale da accompagnare nel fine vita. Soprattutto, ed è una tragedia, non dice in che tempi l’Usl deve rispondere».

Su questo, nulla potrà dire nemmeno la nuova legge. Costretta entro i confini rigidi e definiti di nuove sentenze della Consulta, intervenute per svuotare le leggi nel frattempo approvate in Sardegna e in Toscana. E infatti, la conferma di Stefani, «siamo intervenuti con degli emendamenti di giunta, ribadendo che questa legge rimane nel perimetro della sentenza della Corte Costituzionale».

Le altre proposte di modifica sono nove, alle quali nei prossimi giorni si aggiungerà il nuovo progetto di legge, «per il potenziamento delle cure palliative nel nostro territorio».

Quanto agli emendamenti dell’esecutivo, FdI voterà i principali: il parere rafforzato del palliativista, la creazione di un comitato bioetico regionale e l’obbligo informativo sulle cure palliative. Quest’ultimo con l’aggiunta – irricevibile per l’opposizione, che voterà contro – del coinvolgimento delle associazioni pro vita, della cui esistenza i malati dovranno essere sempre messia conoscenza.

Quanto alle altre proposte di modifica, FdI si opporrà in particolare a quella che individua i componenti delle commissioni multidisciplinari. Emendamento di cui, invece, l’opposizione ha chiesto varie modifiche: che il parere rafforzato non sia limitato ai palliativisti e che siano esclusi i bioeticisti, sostituiti da medici specialisti della patologia da cui è affetto il malato che chiede il fine vita. La legge riscritta.

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La posizione di Stefani

«Oggi andiamo ad approvare una legge che non istituisce il suicidio medicalmente assistito. Il suicidio medicalmente assistito è un istituto che è stato delineato dalle sentenze della Corte Costituzionale, in particolare nel 2025 e nel 2026. Quindi oggi dire che si istituisce il suicidio medicalmente assistito significa dire una cosa falsa dal punto di vista giuridico». Così il presidente della Regione Veneto Alberto Stefani a margine della seduta del Consiglio regionale.

«Abbiamo presentato una serie di emendamenti che potenziano le cure palliative e che soprattutto permettono un accesso prioritario a chi ne fa richiesta», ha aggiunto, «Abbiamo garantito l'istituzione di un comitato bioetico regionale che dia le linee guida ai comitati bioetici di pratica clinica a livello territoriale. Abbiamo ribadito i principi della sentenza che stabiliscono che il medico può agire su base volontaria e che quindi non è una eterosomministrazione».

Stefani ha poi ribadito: «Credo sia rispettoso nei confronti dei propri cittadini dire le cose come stanno, sapendo che c'è una sentenza auto-applicativa della Corte contro la quale non si può andare. Peraltro non c'è una norma nazionale».

La doppia manifestazione

All’esterno della sede del Consiglio regionale, in mattinata una doppia manifestazione pro e contro la legge.

A chiedere l’approvazione del provvedimento senza gli stravolgimenti degli emendamenti sono gli attivisti dell’associazione Luca Coscioni, con in testa Marco Cappato.

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Assiste alla discussione, tra gli altri, anche Luca Faccio, il migliore amico di Stefano Gheller, prima persona in Veneto ad aver ottenuto il via libera al suicidio assistito.

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Il commento di Lanzarin

«La proposta di legge sul suicidio medicalmente assistito non introduce un nuovo diritto: la Regione non ha il potere di farlo. Il diritto di accedere alla procedura, nei casi e alle condizioni previste, deriva dalla sentenza n. 242 del 2019 della Corte costituzionale. Quello che siamo chiamati a fare è definire procedure e tempi, garantendo uniformità, trasparenza e presa in carico da parte del servizio sanitario regionale». Lo dice Manuela Lanzarin, presidente della V Commissione consiliare.

«La proposta - ricorda Lanzarin -, trae origine dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242 del 2019, che ha individuato specifiche condizioni nelle quali non è punibile l'aiuto al suicidio: la presenza di una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili dalla persona, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la piena capacità di assumere decisioni libere e consapevoli, nell'ambito delle verifiche previste dal Ssn. Il progetto di legge interviene sulle modalità operative: dall'accertamento medico della sussistenza dei presupposti, attraverso una commissione multidisciplinare, al ruolo delle aziende sanitarie e dei comitati etici, fino ai tempi e alle modalità di accesso all'assistenza». 

«La proposta prevede, inoltre, la gratuità delle prestazioni e dell'assistenza sanitaria previste dalla procedura, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. È importante ribadire che la Regione non può sostituirsi al Parlamento - sottolinea Lanzarin -. Spetta infatti al legislatore nazionale disciplinare complessivamente la materia, stabilendo eventualmente criteri diversi, più ampi o più restrittivi. Alle Regioni compete invece garantire l'organizzazione dei propri servizi nel rispetto del quadro costituzionale e giurisprudenziale».

«Il tema del fine vita non può essere affrontato separandolo dal diritto alle cure, alla terapia del dolore, alle cure palliative e al rispetto delle volontà della persona. Proprio per la delicatezza della materia, auspico un confronto serio, responsabile e improntato all'ascolto reciproco. Il nostro compito - conclude Lanzarin - è assicurare che, all'interno delle competenze regionali e nel rispetto delle decisioni della Corte costituzionale e del legislatore nazionale, ci siano procedure chiare, uniformi e trasparenti, evitando disparità nell'accesso ai servizi sanitari sul territorio regionale".

Gli indecisi

Di suicidio assistito si parla da anni. Almeno due (e mezzo): data del primo tentativo nell’Aula veneta. C’è chi ha eletto il fine vita a battaglia, come l’ex presidente Luca Zaia, leghista, scettico sugli emendamenti del centrodestra. O la consigliera di Avs Elena Ostanel, che lunedì ha diffuso una lettera per ricordare l’importanza dell’occasione. A riprova dell’apoliticità di un tema che è, prima di tutto, etico. Ma che la politica ha comunque provato a portare nella sua arena.

Di fine vita si parla da anni. Eppure, lunedì sera, c’era ancora chi, sul punto, non aveva elaborato una sua idea. Come la leghista Morena Martini, per cui è un «ricatto morale» chiedere conto in anticipo del suo voto. O il Partito democratico, che, lunedì sera, tramite il capogruppo Giovanni Manildo, faceva sapere di non avere ancora deciso la propria posizione sugli emendamenti di giunta, che invece saranno respinti da Avs. Chi, alla lettura degli emendamenti, ha sollevato qualche dubbio è invece l’ex assessora leghista Manuela Lanzarin. Perplessa dalla posizione di forza assegnata ai medici palliativisti, a scapito degli altri professionisti, oncologi compresi.

Una posizione chiara è quella di Stefano Valdegamberi, di Futuro nazionale. Posizione irricevibile, non nel merito ma nel metodo, con la predizione di «morte rapida e terribile» per coloro che questa legge la stanno spingendo. Anche per questo rimbrottato da Manildo, con l’invito «ad abbassare i toni». E poi ci sono i consiglieri in attesa delle indicazioni «del segretario nazionale e di quello regionale», come Mirko Patron, di Forza Italia. Con buona pace per la tanto sbandierata libertà di coscienza.

Infine, una voce fuori dal coro è quella di Alessio Morosin, il consigliere della Liga, «a disagio per le tante pressioni arrivate da comitati e associazioni pro vita, incapaci di inquadrare correttamente la fattispecie di questa legge, con i suoi limiti rigorosi».

Gli incontri dei gruppi

Coerenti con le loro posizioni, i Fratelli d’Italia oggi voteranno contro. Una decisione formalizzata nell’incontro di lunedì all’hotel Piroga di Selvazzano, nel Padovano, alla presenza del governatore Stefani, che nulla ha potuto di fronte all’attivismo di Claudio Borgia. «Abbiamo massimo rispetto per la libertà e l’autodeterminazione di ogni persona», ha detto il capogruppo, «ma una materia così delicata impone di considerare anche il dovere della comunità e delle istituzioni di tutelare la vita, in particolare delle persone più fragili».

Parole diverse, a metà pomeriggio, nella sede leghista di Noventa Padovana, di fronte ai leghisti schierati (quasi) al completo.

Galvanizzati da emendamenti che, della legge, non lasceranno praticamente nulla, voteranno per il fine vita, con l’eccezione dei vertici del partito, tutti contrari – e anche questo è indicativo: il capogruppo Riccardo Barbisan, il suo vice Filippo Rigo e, probabilmente, il commissario regionale Andrea Tomaello; mentre è sfumata la posizione di Rosanna Conte.

A chiudere la giornata di incontri sono stati gli azzurri, la cui «libertà di coscienza» – ribadita dal capogruppo Alberto Bozza – probabilmente verrà declinata nell’astensione, con possibilità di cambiare idea, a seconda dell’andamento della discussione. Questo, nonostante le spinte aperturiste di Marina Berlusconi e della capogruppo a palazzo Madama Stefania Craxi. E ad astenersi, nonostante le dichiarazioni di stampo contrario, dovrebbe essere pure Eric Pasqualon (Udc), richiamato all’ordine dai vertici nazionali del partito.

 

 

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