Feltrin: «È stato un voto locale, il centrosinistra ha fallito politicizzando la partita»

Il politologo: «A Venezia Venturini è stato premiato per il lavoro sul territorio. Forse l’eccesso di sicurezza ha giocato un brutto scherzo ai progressisti

Filippo Tosatto
Da sinistra Tomaello, Stefani, Venturini e Speranzon
Da sinistra Tomaello, Stefani, Venturini e Speranzon

 

Paolo Feltrin, politologo, saggista, accademico: in un test amministrativo scandito dal marcato calo di affluenza, a spiccare è il botto di Venezia, con il centrodestra vincitore al primo turno e il tonfo del campo largo a trazione a dem.

«In verità il flusso ai seggi è stato bifronte e per molti versi opposto rispetto al passato: affluenza elevata nel Mezzogiorno – Campania, Basilicata, Calabria hanno superato il 60% – e decisamente modesta al Nord. Il sole ha spinto tanti veneti a preferire il mare (a Venezia quasi sette punti in meno) e la circostanza non sorprende: entrambi gli schieramenti, ma soprattutto il centrodestra, hanno “depoliticizzato” le Comunali, attenuando così la tensione tra gli elettori. Stavolta Giorgia Meloni si è tenuta alla larga, e così molti leader nazionali, perciò, in assenza di una mobilitazione ideologica, il localismo, già accentuato, è diventato pressoché totalizzante».

In che modo il primato local ha influenzato la dinamica elettorale?

«Ha spinto i cittadini a privilegiare questioni municipali: tutti liberi dalle appartenenze politiche, ogni campanile fa storia a sé, con le sue specificità e i suoi protagonisti. Il caso Venezia, poi, fa riflettere perché alle scorse Regionali, in controtendenza, la città aveva premiato Giovanni Manildo e al referendum sulla giustizia aveva plebiscitato il No. Forse l’eccesso di sicurezza ha giocato un brutto scherzo ai progressisti: credevano di avere la vittoria in tasca, invece… È un copione che, per alcuni aspetti, ricorda la Liguria. Toti indagato e costretto a uscire di scena, il Pd che schiera il politico di lungo corso Andrea Orlando e assapora la vittoria, la sorpresa Bucci che capitalizza il consenso localista oscurando gli orientamenti ideologici».

Smentiti, una volta ancora, i sondaggi della vigilia.

«Da tempo, secondo me, l’attendibilità dei sondaggi equivale al lancio della monetina. Hai il 50% di chance di azzeccarci e la stessa probabilità di fare cilecca. Perché? Ci sono molte ragioni: la gente che non risponde più al telefono, infastidita dal bombardamento pubblicitario; l’esito incontrollabile delle rilevazioni sui social; i prezzi stracciati dell’offerta, ai quali corrisponde uno scadimento di qualità conseguente. Insomma, o si è disposti a spendere una cifra elevata per scandagliare davvero l’opinione pubblica, oppure i sondaggi servono tuttalpiù a sparare un titolone. Non solo in Italia, sia chiaro».

Ma cosa spinge davvero gli elettori a rinunciare al voto?

«Rovesciamo la domanda. Perché lo Stato chiede ancora alla gente di votare a fine maggio o a giugno inoltrato, tra afa e vacanze? Perché complicare la vita a persone e famiglie che hanno già mille problemi? Guardiamoci intorno: in Norvegia si può votare due mesi prima, in Estonia usano lo smartphone, in Germania il voto postale arriva al 40% e negli Stati Uniti balza al 58. Noi, viceversa, siamo inchiodati ai seggi nelle scuole, un retaggio del diciannovesimo secolo».

Al riguardo, la politica esprime una preoccupazione unanime.

«Lacrime di coccodrillo. Nella realtà tutti temono che la partecipazione cresca troppo. Diventerebbe meno controllabile, magari favorendo le ali estreme. Da una parte e dall’altra, l’establishment detesta gli arrabbiati».

Qual è stato l’asso nella manica di Simone Venturini?

«Durante la lunga amministrazione Brugnaro, è stato un po’lo sgobbone della squadra, quello che batteva la città palmo a palmo, ascoltava la gente, prendeva coscienza dei problemi quotidiani. La sua lista ha superato il 30%, vorrà dir qualcosa. Credo che Venturini sia stato sottovalutato dalla sinistra, che ha voluto politicizzare la sfida, imitando l’errore commesso dalla destra al referendum».

Il cambio generazionale ha premiato?

«Credo proprio di sì, è un over 40 e in questa fase i giovani – Stefani, Meloni, la stessa Schlein – vanno meglio dei veterani».

L’inchiesta giudiziaria su Brugnaro, il caso Venezi alla Fenice, lo scontro tra Giuli e Buttafuoco alla Biennale. Inciampi della destra nel mirino mediatico ma del tutto ininfluenti sul versante del consenso.

«In effetti è così ed è un fatto interessante. Per qualche ragione, i guai processuali di Brugnaro sono stati rimossi completamente. Della serie: avrà fatto pasticci ma, entro certi limiti, qualcosa ha combinato. Semmai attendo la geografia del voto in centro storico, terraferma, isole, periferie alla luce dei nodi irrisolti in materia di sicurezza, migranti, integrazione».

Il campo largo aveva incluso un ampio ventaglio di simboli.

«Fin troppi, forse. Il Pd ha raccolto un discreto risultato mentre il contributo di 5 Stelle e rossoverdi è risultato quasi inesistente. La mia impressione è che abbia pesato un argomento sostenuto dal centrodestra: questi sono troppo diversi e paralizzeranno il Comune” .

A Venezia vince un centrista discretamente sganciato dai partiti. È un avviso ai naviganti?

«È una conferma. Privilegiare i candidati radicati sul territorio rispetto agli inquilini del Palazzo, è sempre un buon affare. Guardate Salerno: Vincenzo De Luca, solo contro tutti, rieletto a sindaco a furor di popolo. Più local di così».

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