Fine vita, il dottor Mariotto: «Sul mio tavolo le domande di morte. Serve una legge nazionale»

L’ex direttore dell’Usl 6 Euganea di Padova racconta l’esperienza con i casi di suicidio medicalmente assistito: «Un paziente ha cambiato idea»

Sabrina Tomè
PADOVA - usl 6 euganea INTERVISTA direttore sanitario ALDO MARIOTTO
PADOVA - usl 6 euganea INTERVISTA direttore sanitario ALDO MARIOTTO

Le legge sul fine vita dovrebbe essere fatta dallo Stato anziché dalla Regione sia per la competenza specifica su alcune materie, per esempio quelle relative ai requisiti e al Codice penale, sia per garantire quell’omogeneità di percorso a cui i pazienti hanno diritto.

Ne è convinto il medico Aldo Mariotto, fino allo scorso aprile direttore sanitario dell’Usl 6 Euganea di Padova, l’azienda sanitaria più popolosa del Veneto con quasi un milione di cittadini seguiti. In 5 anni di incarico il dirigente, ora in pensione, si è misurato con una decina di richieste di suicidio medicalmente assistito. Un’esperienza diretta, e difficilissima, in prima linea.

Dottor Mariotto, lei è stato direttore sanitario dell’Usl 6 fino allo scorso aprile. In questi anni si è misurato con diversi casi di fine vita.

«Credo che l’Usl 6, per le due dimensioni, sia tra le aziende con il maggior numero di casi: una decina in cinque anni».

Come uomo, prima che come medico, cosa provava quando sul suo tavolo arrivavano tali richieste?

«Compassione. Pensavo a queste persone in condizioni di gravità assoluta, di disperazione».

Sentiva il peso della responsabilità.

«Una grossissima responsabilità. Erano tutte persone gravi, in stato di sofferenza estrema».

Ha incontrato alcuni di questi pazienti?

«No, ma ho seguito passo-passo tutti i loro casi. Mi preoccupavo che il contatto avvenisse presto, le persone non dovevano sentirsi abbandonate. Davo il via all’iter con l’inoltro del caso alla Commissione etica, al Comitato etico per la pratica clinica e poi la nomina della Commissione multidisciplinare per il giudizio tecnico sulla sussistenza dei requisiti di fine vita».

In base a quali caratteristiche sceglieva i componenti delle commissioni?

«Competenze professionali, capacità relazionali e il non essere mossi da ideologia. È importante scegliere le persone più adatte per cercare un equilibrio, individuare la competenza e nei limiti del possibile evitare qualsiasi atteggiamento di tipo ideologico. Che non manca in questa materia».

Quante delle richieste arrivate a lei si sono concluse con il fine vita?

«Nessuna. Mancava sempre uno dei quattro requisiti previsti dalla sentenza della Corte Costituzionale 242 del 2019 che fa le veci della legge visto che il Parlamento non ha legiferato. Essa depenalizza il reato di aiuto al suicidio, previsto dall’articolo 580 del Codice penale. Depenalizzazione che scatta se, appunto, esistono le quattro condizioni. Per cui se sussistono si va avanti, altrimenti no. E sono: patologie irreversibili, sofferenze fisiche o psicologiche che la persona considera intollerabili, essere pienamente capaci di intendere e di volere ed essere tenuti in vita da trattamento di sostegno vitale. Di solito mancava quest’ultimo aspetto. Ma c’è un altro elemento molto importante, oggi al centro del dibattito: quello del tempo».

La necessità di tempi certi per una decisione?

«Si, ed è una cosa difficile. È chiaro che non si può andare avanti a oltranza, ma mentre le tempistiche amministrative, come la nomina delle commissioni, devono essere ridotte al minimo, il giudizio dei medici incaricati non può essere ricondotto a termini temporali precisi. Siamo di fronte a persone che si trovano in uno stato di profonda vulnerabilità ed è pertanto necessario capire bene la situazione e la loro volontà. Può capitare che ci siano persone con problemi di salute mentale, sono una minoranza, ma ci sono. E bisogna verificare che dietro non ci sia in realtà una richiesta di aiuto che comporta la presa in carico attraverso cure palliative, magari eccezionali. Lo dico perché è capitato: una persona ha cambiato idea».

Un paziente ha chiesto il suicidio assistito e poi non più?

«Tre mesi dopo la richiesta, mentre era in corso la sua valutazione, ci ha scritto. Ci ha detto che che poteva accettare la sua condizione e c’era una sorta di ringraziamento. Ecco perché ritengo sia necessario capire bene l’effettiva volontà e che questo richieda tempo ai medici».

Dal punto di vista normativo la legge 219 del 2017 in materia di testamento biologico, ha aiutato i medici?

«È una legge che prevede il divieto di accanimento terapeutico qualora ci sia stata la volontà in tal senso del paziente; vieta l’ostinazione delle cure nel breve termine. E questo consente ai professionisti di lavorare con tranquillità, in scienza e coscienza».

E la legge sul fine vita?

«Esiste già in altri Paesi. Attenzione però a come redigerla, evitando tutte le ideologie».

Intanto è molto acceso il dibattito sulla competenza: a suo avviso e per la sua esperienza a chi spetta la sua stesura? Stato o Regione?

«Allo Stato: ci sono troppi aspetti da considerare e molti di pertinenza nazionale. La legge regionale non si può escludere completamente sul piano giuridico, ma a mio avviso è molto difficile da formulare perché si rischia di andare a invadere spazi di competenza nazionale. Insomma finirebbe per essere limitata agli ambiti consentiti. E poi si rischia di perdere omogeneità di trattamento».

Nei confronti dei pazienti?

«I pazienti hanno diritto all’omogeneità del percorso, non possono esserci criteri diversi a seconda delle diverse Usl. Anche per questo le aziende sanitarie vanno coinvolte direttamente e non escluse. Su questa materia parlano in molti, ma le cose sono diverse per chi ha visto da vicino i casi. E, dicevo, non ci devono essere posizioni ideologiche, nell’uno e nell’altro senso».

Si riferisce agli obiettori?

«Per quanto riguarda gli obiettori, il fenomeno esiste in alcune aziende. Nella nostra ci saremmo organizzati in modo da evitare questa situazione, garantendo al paziente il percorso previsto qualora i requisiti ci fossero stati. Ci stavamo muovendo in tale direzione in un caso che sembrava presentare i requisiti, ma in realtà uno mancava. Poi però ci sono anche le posizioni ideologiche opposte e mi è capitato personalmente».

A cosa si riferisce?

«A un paziente garantimmo cure palliative migliori: ebbene ci fu chi ci accusò di essere al servizio di Big Pharma. L’obiettivo di tutti noi è sempre quello di cercare il bene migliore per il paziente».

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