Georgiano morto al Cpr nel 2020: assolto Simone Borile, l’imputato padovano gestore del centro
Prosciolti dopo sei anni di processo Simone Borile, direttore della coop padovana Ekene, e Roberto Maria La Rosa, in servizio quella notte al centralino: «Il fatto non sussiste»

Si è chiusa con due assoluzioni in primo grado la lunga vicenda giudiziaria legata alla morte di Vakhtang Enukidze, cittadino georgiano deceduto nella notte tra il 17 e il 18 gennaio 2020 all’interno del Cpr di Gradisca d’Isonzo.
Lo ha stabilito nei giorni scorsi il giudice Francesco Scifo del tribunale di Gorizia, al termine di un dibattimento durato oltre tre ore. Ad essere prosciolti sono stati Simone Borile, direttore della coop padovana Ekene (già Edeco), incaricato della gestione del centro, e Roberto Maria La Rosa, in servizio quella notte al centralino.
La questione del citofono
Il processo, durato sei anni, si è concentrato a lungo sulla questione del citofono presente nelle stanze della struttura, dispositivo che avrebbe dovuto permettere agli ospiti di segnalare emergenze al personale addetto alla sorveglianza delle telecamere.
Un tema tornato più volte al centro delle udienze, anche grazie alla testimonianza di Giovanni Colmayer, colonnello del Genio aeronautico che aveva partecipato ai collaudi della struttura per conto del Ministero dell’Interno, firmando nel 2015 il verbale di collaudo tecnico provvisorio.
Colmayer ha raccontato di aver preso parte ad alcune verifiche insieme al responsabile del procedimento, il colonnello Renato Vella, spiegando che fu il 1° Reparto Genio di Villafranca di Verona, su disposizione ministeriale, a occuparsi della riqualificazione delle strutture di Milano e Gradisca.
Pur non ricordando di aver controllato personalmente ogni singolo apparecchio, ha confermato che tutti gli impianti erano stati verificati.
Sul funzionamento effettivo del citofono erano già emersi elementi durante le indagini: due test condotti il 27 e il 30 gennaio 2020 avevano evidenziato che il dispositivo nella stanza in questione funzionava, ma produceva soltanto un suono debole, non pienamente efficace.
La tragica vicenda
Ricostruendo la vicenda, la pubblica accusa, rappresentata dalla pm Giulia Villani, ha ripercorso il percorso di Enukidze all’interno del sistema dei centri per il rimpatrio: arrivato a Gradisca il 19 dicembre 2019 dal Cpr di Bari, era stato protagonista di diversi episodi di tensione, tra cui una fuga di alcuni ospiti il 12 gennaio 2020 durante la quale si era distinto per comportamenti violenti e resistenza alle forze dell’ordine.
In un’altra occasione era stato condotto in ospedale dopo essersi procurato da solo ferite da taglio su avambraccio e addome, venendo poi arrestato e rifiutando le cure proposte.
Le indagini hanno descritto momenti di forte agitazione, durante i quali l’uomo avrebbe colpito con la testa le vetrate dell’ufficio immigrazione.
Dopo una breve permanenza in carcere, era stato riaccompagnato al centro sotto scorta della Squadra mobile di Gorizia.
Quanto alle cause del decesso, gli accertamenti autoptici condotti dal medico legale Carlo Moreschi hanno individuato un’overdose da sostanze stupefacenti e benzodiazepine, rilevate nel sangue e nelle urine, che si sarebbe sovrapposta a una broncopolmonite già in corso, aggravandola fino a provocare un edema polmonare seguito da edema cerebrale e infine arresto cardiocircolatorio.
Anche la seconda perizia, affidata su richiesta delle parti al medico legale Silvano Zancaner, ha confermato la presenza di stupefacenti nell’organismo.
Entrambe le analisi hanno riscontrato segni compatibili con agitazione psicomotoria e lesioni di natura traumatica, ritenute però superficiali e prive di nesso causale con la morte.
Secondo le testimonianze raccolte, l’uomo sarebbe rimasto per ore nella sua stanza, dando l’impressione di russare: furono gli stessi compagni di camera ad allertare il personale, senza però comprendere che quel suono fosse in realtà il segnale di una grave difficoltà respiratoria legata all’edema in corso.
Solo quando ha iniziato a emettere schiuma dalla bocca ci si è accorti della gravità della situazione.
In aula erano presenti, per la parte civile, gli avvocati Pietro Romeo, a tutela della famiglia del georgiano, e Riccardo Cattarini, in rappresentanza del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.
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