Il calciomercato dei bambini, lo sfogo del dirigente: «Immorale e antisportivo»

Davide Gentilin, responsabile del settore giovanile della Curtarolese, si rivolge alla Figc: «Servono regole e sanzioni»

Silvia Bergamin
Alcuni baby calciatori durante una partita
Alcuni baby calciatori durante una partita

 

C’è chi lo chiama calciomercato, ma qui non si parla di campioni milionari o trattative tra professionisti. Si parla di bambini di cinque o sei anni. Piccoli calciatori che ancora imparano ad allacciarsi le scarpe e che, secondo quanto denuncia Davide Gentilin, responsabile del settore giovanile della Curtarolese e allenatore Uefa B, finiscono sempre più spesso al centro di dinamiche aggressive e malsane tra società sportive.

Il tema esplode puntualmente ogni estate, soprattutto dopo il 30 giugno, quando scadono i tesseramenti e i giovani atleti possono essere trasferiti liberamente da una società all’altra. Ed è proprio in quel momento che, secondo Gentilin, si riapre quello che definisce senza mezzi termini «il calciomercato dei bambini».

«Trattati come trofei»

Le parole del dirigente sono dure e dirette. «È moralmente devastante e antisportivo vedere adulti comportarsi come procuratori senza scrupoli davanti a bambini che ancora sbagliano ad allacciarsi le scarpe», afferma. Una denuncia che nasce dall’osservazione quotidiana di comportamenti sempre più frequenti: telefonate insistenti alle famiglie, promesse di percorsi privilegiati, pressioni esercitate da dirigenti e persino genitori incaricati di convincere altri bambini a cambiare squadra.

Secondo Gentilin il problema non è solo sportivo, ma soprattutto educativo. «Un bambino non è un cartellino, non è un investimento e non è un trofeo da strappare a un’altra società per vantarsi al bar o incassare una quota d’iscrizione in più». Per questo il tecnico usa parole forti: «I bambini sono sacri».

Lo sport e i suoi valori

Nella sua riflessione emerge l’idea di uno sport giovanile sempre più distante dalla propria funzione originaria. I bambini, sostiene, dovrebbero vivere il calcio come un momento di gioco e crescita, non come un ambiente segnato dalla competizione esasperata degli adulti. «Dovrebbero giocare per ridere, cadere nel fango, fare amicizia, imparare il rispetto e tornare a casa felici», spiega.

Invece, sempre più spesso, vengono coinvolti in rivalità che appartengono agli adulti. Un fenomeno che, secondo Gentilin, raggiunge il punto più basso quando qualcuno arriva addirittura a «suonare ai campanelli» per convincere i genitori a spostare il figlio in un’altra società. «Quando un adulto tratta un bambino come un oggetto da conquistare, il calcio ha già perso», aggiunge. Perché il pallone, sottolinea, dovrebbe insegnare valori e non avidità.

Le richieste alla Figc

Il dirigente della Curtarolese punta il dito anche contro un sistema che, a suo avviso, lascia troppo spazio a queste dinamiche. «La federazione, la Figc, non può limitarsi a dire che dal 30 giugno i bambini sono liberi», sostiene, chiedendo una presa di posizione più forte e regole più severe per limitare il fenomeno.

Tra le proposte avanzate c’è l’introduzione obbligatoria, in ogni società sportiva, di un responsabile etico dello sport: una figura incaricata di raccogliere segnalazioni, verificare eventuali comportamenti scorretti e trasmettere i casi alla federazione per gli opportuni provvedimenti.

Non solo. Gentilin ritiene necessario coinvolgere direttamente anche i genitori che partecipano a queste pratiche. «Spesso vengono delegati dai dirigenti perché formalmente non imputabili», osserva, chiedendo che possano essere identificati e sanzionati quando contribuiscono a operazioni scorrette.

Troppe società, pochi bimbi

Nella riflessione del responsabile del settore giovanile entra anche un altro tema: la frammentazione del calcio dilettantistico. Secondo Gentilin, negli ultimi anni il numero di società sportive è cresciuto troppo rispetto alla reale disponibilità di giovani atleti. Il calo demografico e la maggiore varietà di discipline sportive praticate dai ragazzi starebbero infatti riducendo il bacino dei giovani calciatori.

«Se su 100 bambini 40 giocano a calcio e questi 40 vengono distribuiti tra tre o quattro società, il sistema non regge più», spiega. Per questo propone criteri più rigidi nell’apertura di nuovi settori giovanili, introducendo un rapporto tra popolazione e numero di società presenti sul territorio. L’obiettivo sarebbe quello di tutelare soprattutto le realtà storiche, evitando una proliferazione incontrollata di nuove scuole calcio che finirebbe per indebolire tutto il movimento.

«Serve una svolta culturale»

Al di là delle regole, però, Gentilin insiste soprattutto sulla necessità di una svolta culturale. Perché il rischio, avverte, è perdere definitivamente il senso educativo dello sport giovanile. E pone una domanda semplice ma fondamentale: «Fino a che punto gli adulti sono disposti a spingersi pur di vincere una partita che, forse, non dovrebbe nemmeno esistere?».

 

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