«Bugiardi e assassini Chiedo la conferma di tutte le condanne»

VENEZIA
«Ciascuno è padrone di ciò che tace, ma è schiavo di ciò di cui parla». Con una citazione freudiana, la pubblica accusa ha sbattuto in faccia a Freddy Sorgato la verità dichiarata nella sentenza di primo grado che lo ha spedito dietro le sbarre per 30 anni insieme alla sorella Debora e all’amica (di un tempo) la veneziana Manuela Cacco. Una verità legale – secondo l’avvocato generale Giancarlo Buonocore (procuratore generale vicario) – che coincide con la verità storica. Ovvero Freddy ha ammesso il delitto di Isabella Noventa: per l’imputato-ballerino-camionista l’involontario epilogo di un gioco erotico; per la pubblica accusa, nel secondo grado di giudizio, nient’altro che un omicidio premeditato. Anzi, calcolato e pianificato nel dettaglio da quel terzetto-killer formato pure dalla cupa sorella e dall’amante (una della collezione) che, a un mese dall’arresto, aveva svelato almeno in parte i retroscena del piano criminale. Ecco perché la conclusione del magistrato è stata netta: «Chiedo la conferma piena della sentenza di primo grado». Quella inflitta con rito abbreviato dal gup padovano Tecla Cesaro: 30 anni per i fratelli assassini; 16 anni e 10 mesi per la complice.
Due ore e un quarto di requisitoria da parte dell’avvocato generale Buonocore, ieri, davanti alla Corte d’assise d’appello di Venezia nell’udienza a porte chiuse nell’aula bunker di Mestre in seguito alla scelta del rito abbreviato (presidente Alessandro Apostoli Cappello, giudice a latere Mariagrazia Balletti e sei giurati popolari, tre uomini e altrettante donne). In prima fila i due fratelli-imputati che si sono salutati con un cenno; dietro a loro Manuela Cacco impassibile, un tempo amante dell’uno e amica dell’altra, ora nemica giurata di entrambi, detenuta a Venezia lontana da Debora reclusa a Verona. L’avvocato generale ha difeso con passione l’inchiesta del pm padovano Giorgio Falcone, insistendo sulla non casualità dei comportamenti degli imputati prima e dopo la sparizione di Isabella, diventata per i tre una comune ossessione sia pure per motivi diversi: Freddy non riusciva a lasciarla, Debora si sentiva derubata del fratello e temeva fosse in pericolo il suo patrimonio di dubbia provenienza, Manuela voleva quell’uomo tutto per sé.
Storie di sentimenti miseri e squallidi. Storie di profonda crudeltà come quando – risulta dai verbali – la Cacco ricostruisce la fine di Isabella: Debora prima la tramortisce con un colpo in testa, poi la finisce ( «...la ga’ strangoeà co’ na corda da dadrio»).
Freddy nega. E insiste: sesso estremo finito male. La pubblica accusa lo ha smontato: perché Freddy si è preoccupato di infilare il corpo in un sacco? Perché con una macchina diversa dalla sua (dotata di gps) avrebbe scaricato i resti di Isabella nel Brenta? Perché conserva il piumino della vittima e lo fa indossare alla Cacco per sfilare in centro a Padova e depistare chi indaga? Perché non fa ritrovare il cadavere che avrebbe rivelato le modalità del decesso? Infine, perché non ha semplicemente chiesto aiuto? E poi l’uso non casuale del cellulare intestato al padre di Cacco (“il telefono furbetto”) impiegato la notte dell’assassinio in occasione della sfilata a Padova, è spiegabile solo con l’ipotesi del delitto calcolato. Buonocore si è appellato “al buon senso popolare di stampo manzoniano” rappresentato dai giurati popolari. «Cacco si presenta la notte del 16 gennaio nella villetta dell’amico. Freddy le confessa di aver appena ucciso Isabella in un gioco erotico... E lei? Se ne va con lui a ballare. Signori giurati, vi è mai capitata una cosa simile?» ha chiesto. Insomma al di là di tutto, secondo la pubblica accusa basterebbe solo il filtro del buon senso per dare identità agli assassini di Isabella. Di nuovo in aula martedì prossimo e il 9 ottobre per la sentenza. —
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