Addio a Maria Rita Cerilli, il ricordo della Guggenheim: «Ci ha insegnato a non perdere la leggerezza del sorriso»
Aveva 46 anni, era malata da un anno e mezzo. Era Head of Communication Department della collezione Peggy Guggenheim, originaria di La Spezia

Instancabile, il sorriso gentile, la passione infinita per l’arte. Maria Rita Cerilli non era solo alla guida del dipartimento di comunicazione della Collezione Peggy Guggenheim: guardava tutti i giorni Venezia e la sua bellezza, la faceva conoscere oltre gli stereotipi, da quello scrigno della collezione a Dorsoduro. Ieri, dopo un anno e mezzo di malattia, è mancata a 46 anni, lasciando un vuoto nella comunità dell’arte veneziana. «Grazie Maria Rita, per averci insegnato ad affrontare ogni cosa con il massimo della serietà, senza mai perdere la leggerezza del sorriso», la ricordano le colleghe e i colleghi della Collezione Peggy.
Era originaria di La Spezia: i primi passi li aveva mossi proprio dentro la Peggy Guggenheim, da stagista, nel 2007. Da lì, di anno in anno, ha costruito un percorso che l’ha portata nel 2022 alla guida del dipartimento comunicazione della Collezione Peggy Guggenheim. «Ha ridefinito i processi e costruito un dipartimento sempre più coeso e autorevole, capace di rappresentare al meglio il museo e la sua eredità, interpretando il proprio ruolo con competenza, determinazione e con lo sguardo rivolto sempre verso il futuro», ricorda la Guggenheim.
È mancata circondata dalle persone che l’amavano, a casa, in quella riservatezza che ha sempre tenuto anche nei momenti più difficili. «Oggi se ne è andata una giovane donna a cui ho voluto molto bene. Maria Rita era compagna di mio nipote Marco. Una giovane appassionata, intelligente, determinata, divertente», l’ha ricordata in un post accorato la giornalista e scrittrice Macri Puricelli, «l’ho vista sorridere ai tanti amici veneziani che andavano a trovarla e che la vegliavano tutto il giorno. E poi, l’ho vista accettare l’inaccettabile». «Un grazie all’Avapo», chiude Puricelli, «senza i suoi medici, infermiere e infermieri, la psicologa, senza la loro professionalità, attenzione e amore, sì amore, sarebbe stato molto più difficile».
Un addio che lascia attoniti di una persona che fino all’ultimo ha continuato a spendersi per l’arte, per Venezia, per una comunità culturale. Era lei a trasmettere la Collezione Peggy Guggenheim fuori dalle sue mura, a trovare le parole giuste per raccontare quella realtà.
«Nel suo lavoro ha dimostrato la capacità di accogliere ogni esigenza del museo e trasformarla in un racconto in grado di raggiungere pubblici diversi. Lo ha fatto con uno stile inconfondibile: determinato ma mai autoritario, esigente ma sempre disponibile all’ascolto, rigoroso senza perdere quell’umanità che la rende speciale», aggiunge ancora la Collezione Guggenheim nel ricordarla, «ha creduto profondamente nel valore del lavoro di squadra, valorizzando le persone del suo dipartimento e i colleghi, incoraggiando chi lavorava con lei a crescere e trasmettendo loro la convinzione che la comunicazione museale non sia soltanto uno strumento di promozione, ma un ponte tra il museo, le opere e le persone».
Cerilli era sempre pronta a sperimentare con le nuove tecnologie: si era subito lanciata sul potenziale della comunicazione digitale, avviando la presenza del museo sui social media con l’apertura dei primi canali Facebook e Instagram, gettando le basi di quella che oggi è una community che continua a crescere. Ha seguito così lo sviluppo delle campagne di comunicazione del museo, promuovendo nuovi strumenti e linguaggi capaci di rinnovare il modo di raccontare l’arte. Ha sostenuto con determinazione progetti innovativi come il podcast “Volevo essere libera”, realizzato con Chora Media, contribuendo a raccontare la figura di Peggy Guggenheim attraverso un linguaggio contemporaneo e raggiungendo nuovi pubblici.
E poi, la formazione dei giovani. Tanti negli anni l’hanno affiancata, trovando in lei una guida attenta e generosa. Una mentore, capace di trasmettere non solo conoscenze professionali, ma anche un metodo di lavoro fondato sul rispetto, sulla responsabilità e sulla cura per ogni dettaglio. E, soprattutto, di trasmettere passione.
È questa l’eredità che resta nel vuoto improvviso:relazioni, idee, fiducia e visione. «Ha insegnato che “raccontare un museo” significa comprenderne profondamente l'identità e saperla condividere con autenticità, senza cadere mai nel banale», ricorda la Collezione Guggenheim.
Ieri, la notizia è rimbalzata nell’incredulità generale, in chi ricordava l’ultima conversazione, l’ultima gentilezza, l’ultima chiacchierata sulla bellezza.
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