Ultima domenica senza ticket d’accesso a Venezia ma il provvedimento è divisivo

Non sono ancora le dieci e mezza, ma Venezia è già un acquario pieno di pesci, troppi, che sbattono uno contro l’altro e non riescono a nuotare. Poi mettici le valige, i passeggini, l’irresistibile richiamo dei souvenir e delle foto sui ponti, che ti fanno mollare tutto lì dove sei, perché se passa il momento perfetto lo scatto viene male.
L’ultima domenica prima dell’avvio della sperimentazione sul ticket d’accesso pullula di visitatori, ben 60 mila persone. Davanti alla stazione prende forma la biglietteria messa in piedi per il contributo, i turisti non la notano, d’altronde non è instagrammabile, i residenti ne sanno poco, perché da quella zona durante il weekend cercano proprio di non passare. Anche il priore dei frati carmelitani scalzi, Ermanno Barucco, ammette di non sapere di che si tratti. «Già i lavori in corso sono impattanti» si lascia scappare.
Ma non è tanto la struttura pensata per accogliere i turisti a far discutere, quanto il ticket stesso, al centro delle polemiche dallo scorso settembre, quando è stato approvato in consiglio comunale.
«L’ha voluto l’amministrazione, i veneziani hanno detto chiaramente di essere contrari» commenta Martina Zennaro, del comitato Danni da movida, preoccupata per ciò che succederà dalle 16 in poi, «quando ci sarà il liberi tutti. D’altronde, l’amministrazione non voleva perdere i clienti dei bacari tour, degli addii al celibato e nubilato e delle feste di laurea» continua. La contrarietà del comitato è solo rivolta al contributo di cinque euro, non di certo alla necessità di limitare i flussi turistici.

Su questo, i veneziani sono tutti d’accordo. Lo conferma anche padre Barucco. «Vedremo ciò che succederà, ma ritengo che la riduzione del numero di turisti vada bene, il problema è capire quale sia lo strumento per limitare i flussi senza creare impedimenti alle persone» commenta, aggiungendo che lui stesso si è informato per l’esenzione per i confratelli che verranno a Venezia.
La dipendente di un’edicola a pochi passi dalla stazione scuote la testa. «Il ticket? No, a cinque euro non serve a niente. Non disincentiva le persone a venire, doveva essere messo a venti o trenta» dice, stando attenta a non essere investita dalla folla che passa, travolge, sommerge.
Anche una commerciante in Lista di Spagna - che con il turismo e la mania di portarsi a casa le calamite ci vive - è d’accordo con il dire che il contributo avrebbe dovuto essere più alto, anche di 30 euro ma con i trasporti inclusi e dei servizi in cambio.
Eppure il pagamento è il primo motivo di contrarietà tra i veneziani, che temono la trasformazione di Venezia in una Disneyland del nordest, in un museo con biglietti da pagare, varchi e controlli. Dall’altra parte, però, chi è per un ticket più caro avanza come prima motivazione proprio il rischio che la città diventi un parco divertimento, dove tutti si sentono in diritto di arrivare e fare ciò che vogliono, senza rispettare Venezia e i suoi residenti, per questo, dicono, un contributo più alto avrebbe permesso una scrematura.
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