OMICIDIO-SUICIDIO DI ALTINOUn raptus dopo l’ennesimo litigio

La figlia maggiore non accusa il padre: "Non voleva uccidere la mamma"
Rino Costantini ed Elsa Bellotto
Rino Costantini ed Elsa Bellotto
QUARTO D’ALTINO.
Non ha infierito sul padre parlando con il magistrato e con gli agenti della Squadra Mobile che l’ascoltavano. Lei che poteva provare odio viscerale per quell’uomo, che molti hanno descritto come violento, manesco e padre-padrone di una grande famiglia, non lo ha fatto. Rino Costantini, 54 anni, quattro ore prima le aveva ucciso la madre Elsa Bellotto (47) e poi si era ucciso nella loro abitazione di via San Eliodoro 43, ad Altino. Lei, la maggiore dei dieci figli della coppia, nonostante all’improvviso sia diventata padre e madre di quei ragazzi, non ha infierito parlando con la dottoressa Carlotta Franceschetti mentre cercava di spiegare cos’era successo, secondo lei, verso le 17 di mercoledì pomeriggio. Non ha nascosto i metodi burberi del padre, le scenate, le minacce a lei, ai fratelli e alla madre. E ha raccontato anche delle percosse. Ma ha voluto dire che molto probabilmente suo padre non voleva uccidere la madre. Si è sparato, secondo lei, perché non voleva uccidere la donna. Una minaccia sì, come tante altre volte, uccidere no. Un raptus, chissà. Pensieri tormentati di una ragazza diventata più grande all’improvviso con una nidiata di fratellini ora da accudire.


E poi quel senso di colpa che la segna in questi momenti in cui la mattanza del laboratorio del miele le spacca il cuore. Sensazioni e pensieri consegnati agli inquirenti che le parlano, che le chiedono e che assieme a lei vogliono capire, dentro quella trattoria dove hanno trovato rifugio a poche centinaia di metri dalla casa dove si è consumata la tragedia, il perché di tutto questo. E poi ancora quel senso di colpa per essersene andata di casa qualche giorno prima. E non infierisce su quel padre che l’ha scaraventata in un mondo più grande di lei.


È la più grande dei figli, quella che forse ha subìto più angherie degli altri fratelli ma che non condanna e che ora assieme alle zie e alle due sorelle maggiorenni dovrà prendersi cura dei fratellini minori. Di tutti, ma soprattutto dei tre più piccoli che tornando da scuola, l’altro pomeriggio, hanno scoperto i cadaveri dei genitori in una pozza di sangue.


E mentre il dramma di questi ragazzi, diventati grandi all’improvviso, viene gestito da parenti e amici, gli investigatori della Squadra Mobile, coordinati dalla pm Franceschetti, mettono a posto gli ultimi tasselli della storia di sangue. Un omicidio d’impeto, ne sono sicuri gli inquirenti. Nessuna premeditazione. Un omicidio arrivato alla fine di uno dei tanti litigi che caratterizzavano la vita di questa coppia. Un litigio iniziato perché l’uomo non trovava, stando al racconto dei vicini che lo hanno sentito gridare e sbattere una porta, un attrezzo per governare gli alveari che accudiva davanti la casa. Un attrezzo forse cercato nei cassetti degli armadietti ospitati nel piccolo laboratorio dove lavorava e conservava il miele. Cassetti trovati aperti. Il quadro probatorio si completerà domani, quando saranno eseguite le autopsie sui cadaveri, come disposto dai pm. Sostanzialmente una formalità per stabilire quali organi i colpi di pistola hanno trapassato. Due i proiettili sparati dalla Beretta calibro 7.65 trovata addosso alla gamba dell’uomo. Un colpo alla nuca della donna e uno alla tempia dell’uomo. L’altra pistola rinvenuta nei pressi dei due corpi non ha sparato anche se carica. Si tratta pure questa di un’arma calibro 7.65. L’autopsia servirà pure a stabilire se prima della morte c’è stata un’eventuale colluttazione e se la donna si sia resa conto che il marito le stava per sparare e abbia cercato di difendersi. Comunque poco cambia. Infatti l’assassino è morto. Ma la legge ha i suoi protocolli che vanno rispettati.


Poi si conoscerà la data dei funerali e per quei dieci ragazzi inizierà una nuova vita.
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