Una mostra ricorda la strage di Vergarolla e il suo medico eroe
Ottanta anni dopo, il Civico museo della civiltà istriana fiumana e dalmata di Trieste dedica un’esposizione al chirurgo che il 18 agosto del 1946 continuò a operare i feriti anche dopo aver saputo che i suo due figli erano tra i morti

Le mani di Geppino Micheletti non tremarono. Nella sala operatoria dell'ospedale Santorio di Pola, il 18 agosto 1946, continuò a operare i feriti della strage di Vergarolla anche dopo aver saputo che i suoi due figli, Carletto di nove anni e Renzo di quattro, erano tra i morti.
Ventotto mine erano esplose sulla spiaggia più amata della città, falciando decine di vite. Lui, unico chirurgo in servizio, non si fermò: altre vite dipendevano dalla sua lucidità. Ottant'anni dopo, a Trieste il Civico museo della civiltà istriana fiumana e dalmata dedica a questa figura eroica e a quella tragedia mai risolta la mostra "La strage dimenticata. Vergarolla e il suo eroe, il dott. Geppino Micheletti (1946-2026)", che inaugura lunedì alle 17.30 in via Torino 8.

L'esposizione, curata dal direttore Piero Delbello con le note di Giovanna Penna, riapre uno dei capitoli più oscuri della storia del confine orientale. Di quella carneficina che uccise decine di civili innocenti non è mai stato accertato il colpevole. Il 10 settembre 1946, il comando militare inglese che governava Pola emise un secco comunicato: «La Corte ha concluso che l'esplosione non può essere accidentale ma fu provocata deliberatamente da una o più persone rimaste sconosciute».
Estate 1946, Pola è un'enclave sotto governo militare inglese. L'Istria è occupata dalla Jugoslavia di Tito dal maggio 1945. Sulla spiaggia di Vergarolla, però, quel 18 agosto sembra prevalere la voglia di normalità: la società nautica Pietas Iulia organizza le gare della Coppa Scarioni celebrando i sessant'anni della società, emblema di italianità. Ai bordi della spiaggia ci sono ventotto mine: enormi residuati bellici che da tempo avrebbero dovuto essere disattivati. I bambini ci giocano sopra, ignari. All'improvviso, poco dopo le 14, tutto esplode. L'acqua si tinge di rosso. I testimoni raccontano di un odore acre, dolciastro: quello della carne bruciata. Per mesi, a Pola, nessuno mangerà più pesce.

Una bambina decapitata tra le braccia di un soccorritore sulla battigia: l'immagine, pubblicata dal giornale clandestino "Il Grido dell'Istria", diventa l'icona più atroce di quel massacro. È proprio con quella fotografia che si apre l'esposizione. Le uniche due immagini note sono quella del soccorritore e quella del fungo dell'esplosione.
La mostra è possibile grazie alle carte di famiglia del dottor Micheletti recuperate dai fratelli Sergas: documenti personali, fotografie che lo ritraggono studente a Torino, medico all'ospedale Santorio e in sala operatoria il giorno di Vergarolla. «È una tragedia paragonabile al primo bombardamento del 9 gennaio 1944, ma questa ha la calcolata forza di annichilire la popolazione in un momento di illusoria serenità», spiega Delbello. «Con questa mostra si vuole dare testimonianza dei fatti e illustrare la figura eroica di Micheletti», aggiunge Franco Degrassi, presidente dell'Irci. Quelle carte, che altrimenti sarebbero andate al macero, «sono invece diventate un altro mattone nella costruzione della conoscenza della nostra storia».

Nato a Trieste nel 1905 come Michelstaedter, Giuseppe si era laureato in medicina nel 1929, specializzandosi in chirurgia e ortopedia. Medaglia d'argento al valor civile, solo nel marzo 2025 gli è stata conferita la Medaglia d'oro al merito della sanità pubblica. Micheletti operò per ventiquattro ore senza fermarsi. Gli morirono i due figli piccoli, il fratello Alberto, la cognata Caterina, la nipotina: una strage familiare. Nonostante la notizia, non smise di operare. Due giorni dopo venne proclamato il lutto cittadino. Il vescovo celebrò le esequie per le 64 salme che fu possibile ricomporre. Nella bara di Carletto c'era il suo corpicino straziato. In quella di Renzo solo una scarpetta.
Vergarolla segnò uno spartiacque. La strage accelerò l'esodo dopo il 10 febbraio 1947, quando il Trattato di Pace assegnò Pola alla Jugoslavia. Micheletti, incaricato dalla Croce Rossa, partì per ultimo. Nei mesi successivi al trattato, un rumore costante aleggiò per le strade: quello del martello che batteva i chiodi per costruire i cassoni dove imballare le masserizie. Poi anche quel rumore scomparve, sostituito dal silenzio. A Pola non c'era più nessuno.
La mostra è visitabile fino al 29 marzo tutti i giorni (10.30-12.30 e 16.30-18.30) a ingresso libero. Ottant'anni dopo, Vergarolla resta una ferita aperta. Una strage senza colpevoli, una verità mai accertata. La mostra dell'Irci prova a sottrarla all'oblio. Perché dimenticare Vergarolla significa dimenticare un pezzo decisivo della storia dell'esodo istriano. —
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