Ristoranti, a Venezia i conti sono da capogiro: ecco i trucchi spenna turisti

Dal menù fisso senza coperto e servizio, al calice di benvenuto non offerto. Così una minoranza di esercenti furbi sciupa la reputazione della categoria. Pancin (Aepe) avverte: «Attenzione a non fare di tutta l’erba un fascio»

Costanza Francesconi
Turisti fuori dai ristoranti del centro storico di Venezia
Turisti fuori dai ristoranti del centro storico di Venezia

Dal calice di benvenuto offerto in attesa di attovagliarsi, e poi battuto sullo scontrino, al giro di amari proposto un attimo prima di strisciare la carta, passando per il “menù fisso” a prezzi stracciati, che non include però servizio e coperto, fino a formule canoniche come: «Oggi lo chef consiglia», che se accettate in buona fede e senza farsi e fare troppe domande possono tradursi in salassate, perché spesso prive di prezzo.

È un filo sottile quanto insidioso quello su cui gioca certa ristorazione veneziana ai danni del turista mordi e fuggi. Quello che tanto chi si è visto si è visto e a spennarlo, o quantomeno provarci, si fa l’affare. Trucchi del mestiere, direbbe qualcuno, che sciupano l’immagine di Venezia.

La notizia di un rombo con contorno di verdure pagato 156 euro da una coppia di canadesi, mercoledì in una trattoria del centro storico di Venezia, riaccende i riflettori sul tema notorio in laguna. «In città è la storia sfortunatamente più vecchia del mondo», commenta l’Associazione difesa consumatore, mentre l’Associazione esercenti pubblici esercizi esorta a non fare di tutta l’erba un fascio: «È opportuno stigmatizzare solo laddove i prezzi non fossero indicati adeguatamente».

 

Un rombo da 156 euro a Venezia, il titolare dopo la protesta dei turisti: «Nessuna truffa»
Lo scontrino ricevuto dalla coppia di turisti

Nel caso specifico, il locale in zona San Zaccaria si è smarcato da ogni accusa sottolineando come il prezzo all’etto del pesce scelto fosse scritto sul menù pubblicamente esposto (13 euro per 100 grammi): «Siamo quanto mai lontani da ogni parvenza di truffa». Dal canto loro, gli avventori, amareggiati della stangata ricevuta per una pausa pranzo vista canale, si sono rivolti formalmente all’Adico.

Hanno domandato a quale autorità locale poter fare un reclamo e riferito che nessun cameriere, in fase di ordinazione, gli avesse spiegato che il prezzo del piatto dipendeva dalla pezzatura del pescato.

Un mezzo pasticciaccio nato a metà strada tra informazioni date per scontate, da una parte, e ingenuamente non chieste, dall’altra, ma che – e qui veniamo al punto – difficilmente i canadesi racconteranno a casa come un misundertanding. Non un biglietto da visita granché edificante per il capoluogo lagunare. E nemmeno un caso isolato. È rimbalzato sui social lo scontrino del Florian postato a settembre da una turista di Lucca sorpresa dalla voce “supplemento musica” pari a 7 euro, che il caffè storico senza fare un plisset ha chiarito corrispondere al costo dell’orchestra indicato sul menù. E ancora.

A maggio, l’Adico ha ricevuto la segnalazione di un dipendente pubblico di origine pugliese e residente nel bellunese, assiduo frequentatore di un noto ristorante veneziano a Rialto. «Il solito» per lui erano gli spaghetti ai frutti di mare, per un costo variabile fra i 25 e i 30 euro, ma il cameriere gli ha proposto linguine all’aragosta da 250 euro, senza specificare il prezzo. Balzelli? Gennaio 2018.

Il Gruppo 25 Aprile denuncia in un post l’oste veneziano che avrebbe fatto pagare «1.100 euro a 4 turisti giapponesi per 4 bistecche e una frittura mista e minacciato la guida turistica autorizzata che aveva chiesto spiegazioni». E ancora: 2017. Luke Tang, turista che risiede in Gran Bretagna, ha scritto all’allora sindaco Luigi Brugnaro una lettera di protesta in cui lamentava il fatto di aver pagato 526,50 euro in tre – lui e i genitori – per un pranzo di pesce.

Possibile siano tutti turisti sprovveduti? Se i ristoratori furbi sono la minoranza, i loro scontrini danneggiano tutti.

«Siamo alle solite», sbotta il presidente Adico di Mestre Carlo Garofolini. «Finché il turista verrà guardato come salvadanaio», rimprovera, «trattato come un pollo da spiumare e non come risorsa da rispettare, Venezia rimarrà in pasto degli approfittatori. Non c’è altra città in cui la percentuale del servizio è così poco chiara ed esposta a variazioni vertiginose. Vale lo stesso per il coperto: ci sono ristoranti in cui non comprende nemmeno il pane. Non vale ovunque. Fior fiore di bacari, osterie, ristoranti e bar lavorano seriamente, ma c’è chi esagera per partito preso e compromette la reputazione di tutti gli operatori.

Risultato? Dover diffidare dai fuori menù raccontati a voce senza tariffe, dal dolce e dallo sgroppino fatto in casa e dal bicchiere di vino in mescita, perché papabili brutte sorprese, dal menù fisso tutto incluso, altro espediente per attrarti nel locale, che non contempla però innumerevoli altre voci».

Smorza la polemica l’appello di Ernesto Pancin di Aepe: «La ristorazione veneziana è un’eccellenza. Nel momento in cui sono indicati i prezzi dei piatti decade qualsiasi contestazione. Certamente lede al comparto laddove ci fossero situazioni opache, che non devono esistere. L’invito agli esercenti è a tutelare il cliente, specificando informazioni e prezzi».

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