Caso oriundi, la delusione dei Comuni: il nuovo iter per la cittadinanza non cambia i carichi di lavoro
In Senato la riforma della procedura per chiedere di diventare italiani iure sanguinis. Sgravati i Consolati, ma nulla cambia per gli enti locali. Che ci avevano molto sperato

Svolta sul caso oriundi: centralizzata a Roma la gestione delle richieste di cittadinanza italiana. Festeggiano i consolati, ma nulla cambia per i Comuni che in questi anni hanno rischiato di venire travolti prima dall’ondata di domande legate allo iure sanguinis e ora anche dalle diffide e dai ricorsi al Tar per i ritardi (inevitabili vista la mole di lavoro e il personale ridotto) nell’adempimento delle pratiche.
Il provvedimento che ha cambiato l’iter amministrativo è il disegno di legge approdato mercoledì in Senato dopo il voto favorevole della Camera dello scorso ottobre e relativo appunto alle «disposizioni per la revisione dei servizi per i cittadini e le imprese all’estero». Il punto chiave lo si trova al capo 2 dell’articolo e stabilisce appunto il passaggio di competenze dal consolato al ministero. Le domande di riconoscimento, statuisce infatti «sono presentate a un ufficio di livello dirigenziale generale nell’ambito dell’amministrazione centrale del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale».
Nell’articolo si fa espressamente riferimento alla trattazione delle domande e alle conseguenti richieste di trascrizione degli atti di stato civile e di prima iscrizione anagrafica. Ma non basta: il disegno di legge stabilisce altresì che le domande dovranno essere presentate in forma cartacea e viene altresì previsto un numero massimo di richieste annue trattabili.
Passaggi che potrebbero indicare la volontà del legislatore di arginare il fiume in pena rappresentato dalla richiesta di cittadinanze da parte degli oriundi. La notizia di una riforma delle procedure aveva inizialmente fatto sperare i sindaci, confidando in ricadute positive della centralizzazione anche per gli enti locali. E qualcuno già guardava con sollievo al 2029, data di entrata in vigore del provvedimento. In realtà la doccia fredda è arrivata a stretto giro, dopo un’accurata analisi del dispositivo.
«Per i sindaci non cambia nulla», spiega il direttore Anci Carlo Rapicavoli, «Le nuove norme non modificano le competenze dei Comuni e dell’autorità giudiziaria in materia di procedimenti di riconoscimento della cittadinanza. La nuova legge infatti riduce le competenze degli uffici consolari che manterranno soltanto quella di accertare il mantenimento della cittadinanza italiana, rilasciando il relativo certificato, di persone residenti nella circoscrizione e già riconosciute come cittadini; riconoscere il possesso della cittadinanza per i minori d’età residenti nella circoscrizione e figli di cittadini già riconosciuti come tali.
Ferme restando le competenze dell’autorità giudiziaria e dei sindaci in merito al riconoscimento della cittadinanza italiana, le domande di cittadinanza avanzate da richiedenti maggiorenni residenti all’estero non dovranno dunque più essere presente agli uffici consolari, ma direttamente al Ministero degli Affari esteri, presso un ufficio di livello dirigenziale generale appositamente istituito. Limitatamente alla trattazione di queste domande e alle conseguenti richieste di trascrizione degli atti di stato civile e di prima iscrizione anagrafica, tale ufficio eserciterà i poteri conferiti rispettivamente all’autorità consolare e al Capo dell’ufficio consolare, anche ai fini della delegabilità delle relative funzioni».
Delusione tra i sindaci in prima linea nella gestione delle pratiche, tra loro Camillo De Pellegrin, primo cittadino di Val di Zoldo: «C’è stato un segnale di interesse da parte del governo, ma con riferimento ai Consolati. E noi continuiamo a misurarci con ricorsi, diffide, ordinanze. Come enti locali, a questo punto, guardiamo all’esito del ricorso alla Corte Costituzionale che dovrebbe essere deciso a marzo».
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