Da Garbatella a Kyoto in bicicletta, il viaggio di Leonardo

'Partito alla ricerca dei luoghi, ora cerco persone'. In sella tra ospitalità e imprevisti

(di Francesco Betrò) (ANSA) - PECHINO, 24 SET - E' partito da Roma l'8 febbraio e, dopo quasi otto mesi in sella, è arrivato a Pechino. Davanti a sé ha ancora la Cina, poi la Corea del Sud e infine il Giappone, dove a Kyoto dovrebbe concludersi il viaggio. Leonardo Scarton, ventinovenne romano della Garbatella, non è un ciclista professionista: ha scelto la bici per attraversare il mondo, conoscere le persone e uscire dai percorsi del turismo tradizionale. L'idea di arrivare in Giappone via terra gli era venuta già tra il 2018 e il 2019, quando studiava proprio nel Paese del Sol Levante. Nel 2022 un amico gli ha fatto scoprire le due ruote. "Mi dice 'andare in bici è molto più facile che andare in montagna. Se ti succede qualcosa per strada trovi una mano'". Da lì è iniziata una preparazione meticolosa: "Ho avuto sei mesi di tempo per preparare l'itinerario". Mappe, percorsi, tappe: tutto studiato nei dettagli. Ma il Giappone era rimasto un punto fermo anche per un'altra ragione: lì Leonardo aveva conosciuto Sayaka, oggi sua moglie. Quando lei, nel 2024, ha avuto l'opportunità di preparare l'esame per lavorare all'estero, per Leonardo è diventato chiaro che quello sarebbe stato l'anno giusto per partire. Ma Leonardo prepara anche quello che vede. Ogni sera studia la storia dei luoghi attraversati e poi la racconta ai suoi circa 200mila su Instagram. "Io sui social ripeto, così mi ricordo meglio la storia di tutti questi luoghi". Una curiosità nata da bambino, quando era fissato con Indiana Jones e sognava di fare l'archeologo. Negli anni ha raccolto su Google Maps circa 20 mila luoghi da visitare: "Quello che racconto lo scopro durante il viaggio". La strada, però, gli ha insegnato che il viaggio è soprattutto incontro. In otto mesi ha dormito grazie all'ospitalità di sconosciuti, in moschee, ristoranti, parchi e case private. "Ogni Paese ha la sua specificità". In Turchia, racconta, "qualunque moschea ti accoglierà per dormire". Un pastore lo ha ospitato e con lui ha parlato per quattro ore senza conoscere la lingua dell'altro. "Vedi proprio come si crea un legame umano senza bisogno di sapere l'uno la lingua dell'altro". Non sono mancate le difficoltà. In Mongolia ha rinunciato ad attraversare una parte di Gobi dopo cinque giorni di vento contrario a circa 50 chilometri orari. "Se devo stare qui a soffrire senza una ricompensa, il gioco non vale la candela". Sul Pamir, a oltre 4.000 metri, ha invece rischiato di soffocare nella tenda schiacciata dalla neve. Ma il viaggio, dice, non è una prova di resistenza: "Io alla fine lo faccio per stare bene, non per soffrire". Ed è cambiato anche il senso del progetto. All'inizio cercava soprattutto luoghi da vedere, dalle rovine archeologiche ai siti più lontani dai circuiti turistici. Poi, chilometro dopo chilometro, sono diventati sempre più importanti gli incontri: le famiglie che lo hanno ospitato, le conversazioni improvvisate, i gesti di persone che non parlavano la sua lingua. "All'inizio del viaggio ero alla ricerca dei luoghi, ora lo sto finendo alla ricerca delle persone". È anche questo, racconta, che gli ha permesso di scoprire un modo diverso di stare da solo: "Viaggiando da solo sei obbligato a creare legami, e quindi alla fine non sei mai da solo". La bicicletta è stata decisiva proprio per questo. "È uno strumento che ti dona vulnerabilità". In campagna le persone si fermano, fanno domande, ti invitano a casa. A Kyoto, dove si trasferirà con Sayaka, Leonardo vorrebbe trasformare questa esperienza in un nuovo progetto: accompagnare piccoli gruppi alla scoperta del Giappone rurale. "Non fare un viaggio per vedere luoghi turistici, ma per avvicinarsi all'altra cultura". (ANSA).

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