Quando i veneti beffarono altri veneti la triste umanità dietro al crac delle popolari

Nello spettacolo scritto da Bugaro e diretto da Rossetto l’avida ingratitudine di una spietata classe dirigente



Le banche popolari tornano a far parlare di sè fuori delle aule dei tribunali. Ma in modo diverso, con la giusta distanza che solo il filtro dello spettacolo dal vivo che racconta spezzoni di una serie di risvolti del crac delle popolari, può dare. Giovedì sera è andata in scena al Teatro Goldoni di Venezia in prima assoluta “Una banca popolare”, la produzione del Teatro Stabile del Veneto firmata da Romolo Bugaro e diretta da Alessandro Rossetto che riapre in un contesto diverso l’annoso capitolo dei danni subiti in un recente passato da tanti risparmiatori a seguito della liquidazione di due importanti istituti di credito veneti.

Tema scottante

Un tema scottante trattato sino ad ora dalle cronache giudiziarie, con risvolti politici e di natura finanziaria, per il ruolo che hanno rivestito nella vicenda governo, parlamento, Unione Europea e istituzioni creditizie, italiane ed europee. In questo spettacolo l’attenzione per le persone sopravanza quella per i fatti. Bugaro sceglie per questo approccio mirato di approfondire la contraddittoria umanità di imprenditori, professionisti, che in qualche modo hanno saputo sottrarsi alle conseguenze del crac, e di un unico banchiere, il cui lungo monologo, una sorta di partecipata confessione pubblica alla ricerca di una condivisione negata, chiude lo spettacolo. Rossetto, alla prima regia teatrale con una nutrita filmografia alle spalle, costruisce un allestimento nel segno della contaminazione dei linguaggi cinematografico e teatrale. La festa danzante con le musiche da ballo che non lasciano tregua per buona parte della pièce è evocata grazie a un ininterrotto flusso di immagini in movimento girate nelle due settimane che hanno preceduto le prove. Ovviamente in queste immagini vediamo agire anche i personaggi che invece sul proscenio si muovono in carne ed ossa e animano la prima significativa parte dello spettacolo.

il grande assente

Il grande assente è il banchiere Gianfranco Carrer (Fabio Sartor) che vi comparirà solo di spalle prima di interpretare il lungo monologo conclusivo. La tematica del crac si conquista lentamente spazio in palcoscenico: l’unico a non aver nulla da spartire con la vicenda è Gianni Pirovano (Mirko Artuso), tanto da essere il solo a esprimersi in termini di “infamia” quando la questione viene affrontata e a parlare di un discutibile attivismo fine a se stesso come motore delle azioni di tanti. Gli altri personaggi sono l’imprenditore Alessandro Corsato (Diego Ribon) – il solo si scoprirà ad onta delle sue aspre critiche al banchiere Carrer, ad essere riuscito a farsi restituire il controvalore di milioni euro di azioni, ora azzerate, prima del crac - e sua moglie Deda (Sandra Toffolatti), l’avvocato Cremonesi (Davide Sportelli) e l’imprenditore Bevilacqua (Valerio Mazzuccato). L’azione di reciproco disturbo che i vari personaggi si fanno, con pesanti allusioni, sfocia talvolta in alterchi vistosi: l’universo preso in esame da Bugaro non è quello delle vittime, ma di una classe dirigente che fino a quando non le è stato impedito ha continuato fare affari con le banche. Sono veneti che hanno impallinato altri veneti, facendo finta di non vedere:l’ “ingratitudine” di costoro è il filo conduttore del monologo di Carrer, che individua nella profonda conoscenza che ha di loro le ragioni dell’avversione che nutrono per lui.

la citazione

Nel “Tartufo”di Molière tutti i personaggi si scagliano contro Tartufo dandogli dell’impostore, qui nel finale invece dal filmato, non dal vivo, danno a Carrer del ladro. Quattro minuti di applausi con diverse chiamate al Goldoni.

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